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Colpe greche e colpe auropee

Siamo ateniesi

I parlamenti europei e gli eurepei devono dimostrare che l'Ue può avere un'arma politica

di Davide Giacalone - 14 febbraio 2012

Non esiste solo il contagio della crisi, perché l’idea, pessima, di mettere democrazia e mercato in contraddizione minaccia di scatenare un’epidemia. Guardiamo la piazza greca e domandiamoci cosa succederebbe, in qualsiasi parte d’Europa, in condizioni analoghe. Chiediamoci quale sarebbe la reazione dei cittadini al sentir dire che l’approvazione parlamentare delle condizioni imposte dalla troika (Bce, Commissione e Fmi) ha risollevato le Borse. Degli altri. Interroghiamoci su come verrebbe accolto, in qualsiasi democrazia, l’annuncio che la spesa pubblica deve essere tagliata duramente, a eccezione di quella che riguarda gli investimenti nelle armi. E ricordiamo che prima di comparire nelle piazze italiane i black bloc si esercitarono ad Atene.

Ci sono colpe greche, lo abbiamo detto e ripetuto, ricordando a noi stessi che non si può stare dentro una moneta unica e continuare a espandere la spesa pubblica, e il debito, senza il rispetto di alcuna compatibilità. Ci sono colpe europee, consistenti nell’avere affrontato il sorgere della crisi con l’occhio rivolto alla tutela delle banche e cieco innanzi alle conseguenze politiche. Il sommarsi delle colpe non si compensa, non mette la bilancia in equilibrio, ma la fa saltare e moltiplica gli effetti negativi. Ci sono forze e movimenti che puntano sulla crisi per soddisfare la propria vocazione antistatale, antieuropea e nemica del mercato. Vanno sconfitti. Ma non ci riusciremo mai se Stato, Europa e mercato divengono sinonimi di depressione e impoverimento, quasi che un popolo debba scontare le colpe della propria classe politica. Anche perché quella stessa classe trovò complicità e sponde nei gruppi dirigenti degli altri Paesi, nelle istituzioni bancarie e finanziarie, negli ambienti politici che vollero allargare l’euro e l’Ue senza riguardo all’innescare una bomba a orologeria.

Prendete il caso delle armi. La Grecia ha un bilancio della difesa tradizionalmente ricco, essendo ciò dovuto anche al fatto che ha rappresentato, assieme alla Turchia, per molti lustri, il confine orientale della Nato. Data la complessità dei rapporti fra Grecia e Turchia, i militari hanno avuto grande influenza, dall’una e dall’altra parte. Quegli stessi investimenti nella difesa possono ancora rispondere agli interessi comuni europei, non certo a quelli esclusivamente ellenici. Europei, oltre tutto, sono i venditori interessati. Ebbene: come può spiegarsi a chi sarà licenziato, o a chi viene ricoverato e non trova assistenza adeguata, che la spesa militare non può essere toccata, per il bene dell’Ue e per la convenienza di costruttori tedeschi e francesi, ovvero di quegli stessi governi che impongono i tagli? E’ ovvio che una tale condotta getta benzina sul fuoco. Quelle fiamme, a loro volta, scalderanno il brodo nel quale ribollono disagi forti e letture rozze della realtà: dalla Francia all’Inghilterra, dalla Germania all’Italia. Se si prova a chiedere un’opinione sull’Europa, o sulle banche, si ottengono, dai popoli, risposte terrificanti. Il fatto che ciascuna elezione nazionale non si decida (fin qui) su questi temi, ma si risolva in una disfida dialettale, non solo non rassicura, ma suggerisce l’ulteriore aggravante dell’irrilevanza democratica rispetto alla preponderanza della finanza. Sono cose con le quali è pericoloso giocherellale.

La paura per i debiti e per le crisi politiche, che riguardano tutti, ha chiarito che l’Europa non può essere la convivenza di ristrutturazioni e dilapidazioni, giacché la contraddizione è incontenibile. Neanche può essere la casa penitenziale entro cui ciascuno si rinchiude per espiare colpe storiche e genetiche. Si può far finta di credere che l’impotenza politica del Parlamento e la rabbia di un popolo spinto all’odio siano questioni elleniche. Non è neanche una menzogna: è una sciocca illusione. Non meno impotente, del resto, è il fin qui inutile Parlamento Europeo. Che incarna il trionfo della forma democratica e il tonfo della sostanza. Tocca ai parlamenti nazionali e ai cittadini d’Europa dimostrare che l’Ue può avere un’anima politica, non declassandosi ad area d’obbedienza tecnocratica, in realtà sublimazione affaristica. Faremmo bene a sentirci ateniesi, come ieri, quando era sfregiata l’unità tedesca, ci sentivamo berlinesi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario