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Banche e risparmiatori: chi ci guadagna?

Si salvi chi può

Affette da gravi mali, le banche italiane hanno alimentato un circolo vizioso di protezioni

di Davide Giacalone - 09 ottobre 2008

La saggezza popolare invita a non buttare via il bimbo con l’acqua sporca, noi, però, in fatto di banche, rischiamo di frullare via il pargolo e tracannare il lordo liquame. Oggi sembra che la buona salute delle banche sia quel che più conta. Le autorità italiane, come altre europee e statunitensi, intendono proteggerle. Ma sulle italiane c’era da ridire anche prima dei crolli borsistici, affette da gravi mali: slealtà nei confronti del cliente e terrificante conflitto d’interessi.

Si discute animatamente, in giro per il mondo occidentale, circa l’opportunità che i denari del contribuente siano utilizzati per evitare loro il tracollo, ma noi siamo dei precursori, perché le abbiamo già salvate con i quattrini dei risparmiatori. Nessuna autorità di controllo le fermò quando s’infilarono a capo fitto negli intrallazzi di Cirio e Parmalat, e nessuno impedì loro di prendere dei titoli spazzatura e, poco prima del diluvio, ficcarli nel portafoglio dei loro clienti. Titoli che, per giunta, non erano negoziabili, non potevano venderli, salvo il fatto che se ne sono fregate e ci hanno fregati.

Siamo degli esperti, quindi, potrebbero mandare quelli di Wall Street a far qui un viaggio di studi. Aprendo e chiudendo il rubinetto, inoltre, le banche italiane tengono in vita e fanno prosperare quelle stesse società delle quali possiedono parte della proprietà, nel frattempo amministrando fondi che sollecitano i risparmiatori a mettere la pecunia su quelle stesse azioni. E non è difficile capire perché ci sono banche che partecipano a cordate di salvataggio per società che devono loro montagne di soldi, soccorrendo, in questo modo, se stesse e contribuendo a scaricare le macerie sul bilancio pubblico.

Tutta questa roba avremmo dovuto sradicarla noi stessi, per rispetto del mercato, della legge e dell’etica pubblica. Invece ci accingiamo a salvarla, senza con ciò far crescere operatori che curano gli interessi del cliente, nell’amministrazione dei risparmi, ed affiancano l’imprenditore, scommettendo sui suoi progetti. Rischiando, perché l’impresa, anche creditizia, senza rischio è una truffa. Le crisi violente servono anche a ripartire, ma se non ne approfittiamo per liberarci dal circolo chiuso di quelli che si proteggono a vicenda, a spese di tutti, conserveremo solo il peggio.

Pubblicato su Libero di giovedì 9 ottobre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario