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L’avviso di garanzia rivolto a Nichi Vendola

Si ragioni sulla forma e sulla sostanza

Il dovere di un politico è quello di smontare la macchina clientelare del sistema sanitario

di Davide Giacalone - 20 gennaio 2010

Nichi Vendola può essere felice: qualche anno fa l’avviso di garanzia non avrebbe posto fine solo alla sua vita politica, ma direttamente a quella civile. Ora, grazie a cose positive, come la lunga, solitaria e maltrattata battaglia di noi garantisti, e a cose negative, come la bancarotta della giustizia, sicché non contano più le innocenze, non contano le condanne e non contano le accuse, la partita si gioca in condizioni diverse. Vendola può dire che le accuse a lui rivolte sono un modo per inquinare la vita politica, senza che gli diano del berlusconiano, senza che la magistratura associata gli dia dell’eversore. Se la goda.

L’avviso a Vendola, dicono, è un “atto dovuto”. Questa storia è ridicola: o sono tutti atti dovuti, e sono tutti atti voluti. Non ci sono regole particolari, per i figli della gallina rossa. Piuttosto, si ragioni sulla forma e sulla sostanza, vale a dire, sulla giustizia e sulla sanità, per trarne utili lezioni. L’inchiesta si trascina da tempo, condita con le solite intercettazioni telefoniche, ed è proprio una conversazione, fra il governatore della regione ed un assessore, risalente alla primavera 2008, ad avere indirizzato le indagini. In quella Vendola chiedeva conto della nomina di un primario. L’avviso di garanzia arriva adesso, a pochi giorni dalle primarie e a poche settimane dalle elezioni regionali, ma la notizia dell’indagine, con i particolari del rapporto dei carabinieri, circola da due mesi. Insomma, mettiamola nel modo più accomodante: le lentezze della giustizia trascinano un procedimento che, inevitabilmente, si sovrappone ed interferisce con la vita politica. E’, lo ripeto, la più accomodante delle ipotesi.

E veniamo al merito. Il candidato al posto di primario è persona di livello e Vendola chiede conto del perché non viene scelto. L’assessore, dal canto suo, non nega le qualità del potenziale primario, ma fa presente di riceve molte pressioni in senso contrario. Vendola, insomma, in questa rozza semplificazione, è dalla parte del bene, tant’è che, oggi, afferma che gli si dovrebbero fare i complimenti. Invece no, perché gli sfugge la cosa più rilevante: per quale ragione due politici stanno discutendo di chi deve fare il primario? La risposta è: perché il sistema sanitario italiano, pedestremente regionalizzato, non solo è lottizzato e politicamente spartito, ma ad un livello sempre più basso. Il dovere di un politico, in questa condizione, non è quello di piazzare il primario migliore, perché nessuno saprà se è realmente tale o solo un suo devoto cliente, ma quello di smontare la macchina burocratico clientelare che umilia i tanti sanitari di livello.

Guardate i bilanci regionali, sono quasi tutti scassati. Guardate dentro i debiti, e ci trovate prevalentemente la sanità. Ciò è dovuto al fatto che si prestano ai cittadini servizi di valore superiore alle tasse riscosse? Sì, ma solo in minima parte. La più significativa profondità del buco si deve al fatto che la spesa sanitaria è completamente fuori controllo. Esempio: una qualsiasi fornitura può essere pagata diversamente non solo da regione a regione, o da città e città, ma delle singole Asl. Le multinazionali centralizzano gli acquisti, per evitare creste e furti, noi abbiamo decentralizzato l’acquisto delle siringhe, per moltiplicare entrambi.

A questo si aggiunga un elemento decisivo: la spesa sanitaria è così vasta da alimentare interessi più forti della politica che pensa, o pretende, di amministrarli, pertanto capita che sia gli affaristi che i funzionari più potenti siano divenuti “trasversali”, nel senso che fanno affari con gli uni e con gli altri. Questo, però, non evidenzia la serenità dei rapporti fra i due poli politici, ma la loro subalternità agli interessi economici. Detto in maniera più brutale: la politica può anche inzupparci il biscotto, ma non conta nulla.

Significativo, in tal senso, quel che ha detto l’assessore pugliese alla salute, Tommaso Fiore: “Devo capire se sono stato un anno lì dentro a governare un sistema criminale oppure no. Ci sono tre possibili alternative: o questa teoria (l’accusa n.d.r.) è falsa; o questa teoria è vera e quindi io non ho il diritto, come capo criminale, di parlare; oppure io sono un imbecille, non essendomi accorto di tutto questo e quindi ugualmente non ho il diritto di parlare”. Ha ragione, e nella sua stessa condizione si trova Vendola, come chiunque amministri quella macchina senza avvertire che va cambiata.

Concludendo: se le accuse sono fondate, o meno, potremo saperlo solo attendendo un verdetto, non istruendo processi in piazza, e siccome la giustizia italiana fa pena, contiamo di avere Vendola e compagni al fianco, da ora in poi, nella nostra battaglia per il diritto ed i diritti. Se non ci saranno, come suppongo, se continueranno a campare al vento dell’antiberlusconismo, alimentato anche da giustizialismo, meritano di pagare l’ingiusto prezzo delle inchieste. Se le accuse sono fondate, invece, meritano la condanna. Se non lo sono, infine, ma loro non avevano capito, meritano d’essere mandati a casa. Cosa che possono fare prima i militanti della sinistra e, poi, gli elettori pugliesi.

Pubblicato da Libero

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