ultimora
Public Policy

Cari sindacati a voi l’ultima chance

Si può ancora salvare Alitalia

Urge un salvataggio in exstremis per evitare lo “schianto” di una compagnia in avaria

di Enrico Cisnetto - 18 settembre 2008

Cari sindacati, è giunto il momento della responsabilità: firmate questo accordo e fatela finita. Manca una manciata di ore alla scadenza di quello che stavolta, pena la verticale caduta di credibilità della Cai e dello stesso Governo, è davvero l’ultimatum per salvare l’Alitalia, e non c’è più spazio per forzature e mediazioni.

Tanto o poco che vogliate giudicare quello c’è sul tavolo, è venuto il momento del prendere o lasciare. Responsabilmente Cisl e Ugl hanno già detto sì, e pure la Uil pur con qualche distinguo. Ma adesso tocca agli altri: alla Cgil, in primo luogo, che potrebbe così dimostrare di non essere cinghia di trasmissione dell’opposizione politica e parlamentare, e alle cinque sigle sindacali autonome, cui l’opinione pubblica non casualmente attribuisce un eccessivo tasso di corporativismo. Dire no, significa assumersi la responsabilità di bruciare l’ultima chance di salvataggio di Alitalia, e con essa i suoi 20 mila dipendenti, l’indotto che le gira intorno, per molti versi l’intero traffico aereo nazionale – ricordiamoci che AirOne non resisterebbe al fallimento della compagnia di bandiera – e dunque un’infrastruttura essenziale della vita quotidiana e uno strumento strategico fondamentale per quell’asset decisivo della nostra economia che è rappresentato dal turismo. Come ha detto ieri Colaninno “qui si compra un’azienda in dissenso, non certo un gioiello industriale”, ma è pur sempre l’unico e ultimo punto di leva su cui tentare di far funzionare un ganglo vitale della nostra economia.


Ed è un pro-memoria che va ribadito a quanti anche in queste ultime ore al cardiopalma continuano con i “se” e i “ma anche”. Si è tornati ancora una volta ad apprezzare la vecchia offerta Air France, tanto vituperata all’epoca, nella falsa convinzione che gli esuberi fossero inferiori ad oggi; si critica, nonostante gli ultimi ritocchi messi a segno dalla Cai, il piano di rilancio. Il tutto dimenticando una indispensabile premessa: e cioè che quella di Alitalia non è una privatizzazione bensì un salvataggio in piena regola. Forse disperato, come qualcuno sostiene, ma pur sempre meglio di niente. E comunque, né più né meno di quello a cui stiamo assistendo in questi giorni tra le disastrate banche e assicurazioni americane, senza che nessuno, nel paese-simbolo del capitalismo e del liberismo, abbia da ridire quando lo Stato mette mano al portafogli per evitare fallimenti che avrebbero conseguenze micidiali a livello sistemico.


Certo, si sarebbe dovuto e potuto fare di più e meglio. Se nel 1999 si fosse fatta l’alleanza paritaria con Klm sarebbe stata tutta un’altra storia. E se nel 2001, dopo il crollo delle torri gemelle e la conseguente paralisi del traffico aereo internazionale, si fosse proceduto a ristrutturare come tutte le compagnie del mondo hanno fatto, ci sarebbero stati meno cocci e più prospettive di quanto non ci sia oggi. E se la fusione con AirOne si fosse fatta subito, nel 2006, a completamento del “piano Mengozzi” di due anni prima, si era ancora in tempo a metterci una pezza meno sdrucita di questa. Ma la storia non si fa con i rimpianti. Oggi di fronte a voi, cari sindacalisti, c’è solo e soltanto la proposta di Cai. Farla cadere in nome di un passato che è passato e di un futuro diverso che non esiste, sarebbe un suicidio per voi e per i lavoratori che rappresentate, e un delitto per il Paese intero.


L’unica alternativa seria, ripeto, è portare i libri in tribunale. Ecco perché è grottesco oggi stracciarsi le vesti per la soluzione trovata. Non abbiamo a che fare col migliore dei mondi possibili, si tratta di evitare la catastrofe. Di vedere i dipendenti Alitalia, come quelli di Lehman Brothers, mettersi in fila per fare gli scatoloni con i loro oggetti personali e lasciare ciò che non c’è più, il posto di lavoro e l’azienda che finora glielo aveva procurato. Sta ai loro rappresentanti, adesso, prendersi una responsabilità storica. Perché altrimenti l’atterraggio questa volta sarà uno schianto che non lascerà neppure feriti.

Pubblicato su il Messaggero di giovedì 18 settembre

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario