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I primi provvedimenti sul rapporto Beffa

Servono più Stato e più mercato

La Francia prepara i suoi “campioni europei”. E i nostri imprenditori difendono l’esistente

di Enrico Cisnetto - 18 luglio 2005

Prendete nota e imparate, verrebbe da dire vedendo il progetto industriale che la Francia ha appena varato. Dopo essersi detti che il declino non è un raffreddore di stagione, a Parigi per vincere la sfida della globalizzazione hanno deciso di riconvertire la loro economia. Li ammiro e li invidio. Già, ma in Italia a chi si può consigliare un corso accelerato di politica industriale in francese? Non certo al governo, che è convinto di aver salvato l’Italia dalla recessione, e che negli ultimi dieci dei 60 mesi di legislatura scopre l’esistenza del sommerso e dell’evasione fiscale. Non all’opposizione, che ha non meno della maggioranza la testa nelle urne, ma è ancora priva di uno straccio di programma. Probabilmente, gli unici a cui vale la pena di rivolgersi sono gli industriali: studiatevi il rapporto di Jean-Louis Beffa, il patron della Saint Gobain e consulente del governo che ha spiegato come dovrebbe riconvertirsi l’apparato produttivo transalpino, e andate a vedervi come e perché si è arrivati a selezionare 67 “poli d’eccellenza”, di cui 15 internazionali, affidati al coordinamento di due agenzie nazionali, una per la ricerca e l’altra per l’innovazione industriale, nate e finanziate qualche mese fa. Scoprirete, cari amici della Confindustria, che i centri di competitività francesi realizzano sei obiettivi: scegliere su quali settori puntare; convertire chi opera nel manifatturiero non più competitivo (settori tradizionali); mettere in rete le imprese più piccole, in una logica che non è solo quella del distretto territoriale; tamponare l’emorragia delle delocalizzazioni; ridurre il gap tecnologico con i Paesi più avanzati; allenarsi per vincere la corsa alla creazione di “campioni europei” che prima o poi Eurolandia dovrà pur indire. Altro che le nostre 124 agenzie per la promozione del territorio, figlie e madri del micidiale binomio localismo-nanismo.

Si dirà: grazie, ma in Francia è lo Stato che decide queste politiche. Vero, e abbiamo appena sottolineato che da questo sistema politico c’è ben poco da aspettarsi. Ma va pur detto che anche gli imprenditori sbagliano. Intanto, perché da anni si sono “sbronzati” abbeverandosi all’idea che la politica industriale è sinonimo di dirigismo, e che lo Stato deve astenersi da ogni scelta, salvo limitarsi a far funzionare bene il mercato. E quando parlano di sostegni, o credono che basti intervenire sulla domanda interna (Confcommercio), o nel migliore dei casi s’illudono che migliorare l’offerta significhi minor costo del lavoro e meno tasse (Confindustria). No, il “fattore Asia” impone un nuovo modello di specializzazione, ed è suicida (anche se comprensibile) la tendenza a difendere l’esistente, immaginando che dazi e guerre commerciali possano rimettere in riga i parametri della competizione mondiale.

Caro Montezemolo, a governo e parlamento chiedete “più Stato, più mercato”. E siate voi stessi a preparare un grande progetto di riconversione del nostro apparato produttivo. Coraggio.

Pubblicato sul Messaggero del 17 luglio 2005

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario