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Ritorniamo all'economia

Servono 5 miliardi

Dal 2007 a oggi l’Italia ha perso 8.4 punti di Pil. Non basta crescere ai ritmi dello 0,1

di Davide Giacalone - 05 ottobre 2013

Dopo la crisi (di governo) immaginaria, torniamo a quella (economica) reale. Quando la prima imperversava il ministro dell’economia presentò le dimissioni e annunciò che il problema non era limitato ad uno sforamento dello 0.1 del deficit, quindi all’incirca 1 miliardo e 600 milioni, ma era necessario trovarne 5. La cosa curiosa è che quando la crisi fu aperta e discussa, salvo accorgersi che era chiusa e tacitata, nessuno porse la benché minima attenzione a quel dettaglio. Che ora si ripresenta: il ministro dell’economia è sempre lì, il governo ha avuto conferma della fiducia parlamentare e c’è anche la conferma che servono 5 miliardi. Quel che ci preme segnalare è che saranno solo l’antipasto. Posto che gli italiani non sono invitati a fare i commensali, bensì la pietanza.

Ricordate l’estate passata a parlare di cancellazione dell’Imu e sospensione dell’Iva? Vi sarete accorti che è finita. Noi contestavamo l’annunciomania senza copertura, non condividendo l’aria giuliva di chi parlava di “successi” e “sgravi”, ma, contestandola, sapevamo che 2 miliardi servivano per la seconda rata Imu, 1 e qualche cosa per l’Iva e circa 1 per la cassa integrazione in deroga. 4 miliardi in tutto. Ora l’Iva è certamente aumentata, per l’Imu si dice che qualcuno dovrà comunque pagarla (anche questo lo vedemmo e quantificammo, scrivendo che il 94% del gettito prima casa era dato da redditieri sotto i 55mila euro l’anno, sicché i “ricchi”, per modo di dire, versavano il 6% di 4 miliardi, e lì si sta tornando), eppure servono 5 miliardi. Vuol dire che i conti fin qui presentati erano tarocchi, o che chi parlava (e parla) non sa quel che dice, o, infine, che la luce in fondo al tunnel era un treno in arrivo e la recessione sarà più forte del previsto.

Non è un bel vedere, ma la cosa che induce al buon umore è che il governo ha rinnovato la sua vasta e solida maggioranza rivendicando gli sgravi fiscali fatti e annunciandone di nuovi. Ora, posto che l’anno prossimo scatta il fiscal compact, sicché il debito dovrà scendere, ove non si voglia moltiplicare le tasse si dovranno fare dei tagli alla spesa. Per i quali, ha detto il presidente del Consiglio nel suo discorso parlamentare, è in arrivo l’ennesimo commissario. Che sarebbe una bella cosa, se non fosse che è il terzo, che fin qui non hanno funzionato e che, per tagliare, dovrà basarsi sui dati della ragioneria generale dello Stato, ma, a quel punto, non si capisce perché non si provvede direttamente. I tagli alla spesa, scrivetevelo bene in mente, non sono questioni tecniche, ma politiche.

Si vorrebbe sapere: cosa succede se i 5 miliardi verranno trovati aumentando la già insopportabile pressione fiscale? Che non è una supposizione, visto che il Partito democratico ha già presentato un emendamento per ripristinare parte dell’Imu. Che succede? I ministri Pdl si oppongono? Sarà meglio consultarli prima, tanto per evitare di credere che lo facciano e poi non lo fanno. Il Pdl ritira la fiducia? Credo che, almeno per l’anno in corso (coraggio, sono solo tre mesi) non è il caso di riprodursi nell’esercizio. Allora, che succede? Niente. Ecco cosa succede: niente. Quindi la “manovra” sarà fatta di tagli illusori, vendite ipotetiche e tasse reali.

Il guaio, però, è solo secondariamente politico. Il guaio vero è economico. L’Italia ha molti punti di forza, sia produttivi che contabili, qui spesso ricordati. Ma il dato drammatico è il debito pubblico troppo alto a fronte della perdurante recessione. Dal 2007 a oggi l’eurozona ha perso 1.3 di prodotto interno. L’Italia l’8.4. Siamo quelli che hanno perso di più e siamo gli unici ancora in recessione. E dopo una tale botta non ci servirà a nulla fare un primo trimestre a +0.1 e un secondo a +0.2, perché con quel ritmo la recessione continua e non finisce (a dispetto delle definizioni scolastiche). Quel genere di politiche governative, quel modo di assestare i conti, quella condotta nel chiudere i bilanci, accrescono la recessione. Questo è il problema, queste le ragioni dei possibili declassamenti. Ma chi volete che se ne occupi? C’è la stabilità. Rallegratevene.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario