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Politica ed economia nell’era globalizzata

Serve un partito della borghesia

Stallo nazionale e continentale si superano solo restituendo il primato alla Politica

di Antonio Gesualdi - 06 marzo 2007

Chi con la globalizzazione ha accumulato oggi ha il dovere - ma più ancora, la necessità - di sostenere l"impegno politico. Serve quello che, a volte, chiamiamo "il partito della borghesia"; ovvero un partito che non abbia un melassa come programma e che prenda le distanze da quelle idee liberali di scuola e di liberoscambio acritico. Paul Samuelson, Nobel dell"economia, padre della "sintesi neoclassica", liberoscambista convinto è arrivato a scrivere che "i guadagni legati al commercio internazionale non sono necessariamente superiori alle perdite". E se lo dice Samuelson. Ammesso che, oggi, non si possa prescindere dall"economia, anche se la "scienza triste" è stata affidata ai matematizzanti e spinge gli studenti a occuparsi di algoritmi più che di cose umane, ribadiamo il primato della Politica. Si continua a pubblicizzare e sfornare economisti di mondi immaginari e ci accapigliamo sull""economia di scuola"; quella che vuole imporre il libero scambio acritico, l"intervento pubblico demonizzante e la regolazione dei mercati un"ignomia.

Insomma consideriamo fermi a Ricardo e non aggiornati a Samuelson gli economisti che non considerano primaria la Politia, ma che vogliono, solo, fare politica seduti, comodamente, in cattedra. E" vero che il Prodotto mondiale cresce al ritmo del 6-7% l"anno, ma è anche vero che il numero di attivi che spingono per entrare nel mondo del lavoro stabile aumenta. I disoccupati - secondo l"organizzazione internazionale del lavoro - sono passati da 157 milioni nel 1995 a 195 milioni nel 2006. Un aumento del 22% in 10 anni. I "lavoratori poveri" sono ancora 1 miliardo e 300 milioni. Non solo, ma là dove la disoccupazione decresce - come in Italia a causa della mancanza di giovani e quindi di dinamiche demografiche e non economiche - aumenta il lavoro precario, il lavoro nero, lo sfruttamento e la malaoccupazione e sottoccupazione. Risultato? Depressione dei salari e aumento della produttività dei capitali che si spostano dove è più conveniente il costo del lavoro. Le aziende che possono delocalizzare aumentano così profitti e produttività e, logicamente, lo fanno. Nel 2005, secondo la Banca Mondiale, 471 miliardi di dollari sono stati investiti nei Paesi emergenti. E solo un quarto degli investimenti viene dagli stessi Paesi emergenti. La situazione è questa: disoccupazione mondiale in aumento, trasferimenti di capitali in aumento, salari in discesa, domanda globale (somma delle domande nazionali!) in discesa. Non ci sono soldi per consumare. Chi ne beneficia è la medio-grande azienda in grado di stare nella, cosiddetta, globalizzazione. E, infatti, l"andamento delle Borse - compresa quella di Shangai - lo dimostra. Borse che, così, appaiono completamente disconnesse dalla realtà economica e materiale. Ma l"economia, dovremmo saperlo, non è l"abolizione della materialità, ma la sua trasformazione attraverso l"intelligenza.

Gli stati nazionali per attenuare le crisi sociali che ne conseguono si indebitano. Aumentano i deficit pubblici. E quando non ce la fanno più "invitano" le famiglie a fare altrettanto, a indebitarsi, per sostenere i consumi. Si tiene sadicamente sotto controllo l"inflazione, bassi i tassi d"interesse, e si accelera la circolazione della moneta. L"indebitamento - là dove si produce - viene dalle aree virtuose. In Italia, ad esempio, viene dalle città con redditi più elevati. L’indebitamento bancario medio delle famiglie italiane in un anno è cresciuto del 10,85% arrivando a toccare nel settembre 2006 la quota di 17.854 euro. Nel 2005, secondo dati della Cgia di Mestre, la media si era attestata sui 15.916 euro. E nella graduatoria provinciale è Bolzano la più esposta con il sistema bancario con un indebitamento familiare medio pari a 31.437 euro, seguita da Lodi (25.710 euro), da Siena (25.368 euro) e da Mantova (24.929 euro). Là dove l"indebitamento pubblico e privato non è più sostenibile aumentano gli affitti, le speculazioni immobiliari, oppure, le tasse. Ci avviciniamo, a passo sempre più sostenuto, verso una vera e propria metamorfosi di sistema nazionale (e globale!). Finché la disoccupazione mondiale non verrà assorbita avremo un considerevole spostamento di produzione dai Paesi avanzati ai Paesi emergenti che, tra l"altro, ormai sono bellamente più che emersi. Non solo, ma stiamo parlando di Paesi come la Cina, l"India, il Vietnam, il Brasile, la Russia che hanno popolazioni oltre i 100 milioni di abitanti e alcuni oltre il miliardo. Quanto ancora potranno manovrare i propri deficit i Paesi avanzati per sostenere questa dinamica? Molto poco, perché, in realtà, siamo immersi in una vera e propria "depressione keynesiana": lo Stato non ha più margini di manovra e l"economia liberoscambista e globalizzata "di scuola" rischia di scassare la capacità di intervento politico. La "mano invisibile" è diventata una "sberla invisibile" che colpisce duramente, incapace di qualsiasi carezza.

In questo sistema le politiche sui cambi non hanno effetto. Lo scarto tra i salari è troppo alto: giocare sui valori di cambio delle monete significherebbe far oscillare i tassi in maniera inimmaginabile. Così la Cina acquista i Bot degli Stati Uniti per sostenere il dollaro quando gli americani hanno bisogno di svalutazione della moneta. La minaccia più grave per la Cina, oggi, è un"eventuale rallentamento dell"economia americana. E gli Stati Uniti hanno smesso di produrre e di esportare. Gli Stati Uniti funzionano da governo centrale del mondo il cui obiettivo - keynesiano - è di consumare per permettere ad altri di produrre. E gli altri accettano di "essere pagati" in dollari e BOT emessi dagli Stati Uniti. La paura dell"economia mondiale, dunque, è nel rallentamento dell"indebitamento - su tutti i fronti - degli americani. E così gli americani che hanno perso la centralità del mercato puntano sulla centralità militare. Dove può portare questa globalizzazione fondata sull"indebitamento dell"unica iperpotenza militare? Il libero scambio, pensato dai classici come Ricardo, non è più plausibile perché quel libero scambio avveniva tra paesi dove le risorse - i fattori di produzione - restavano all"interno delle frontiere nazionali.

Oggi i capitali, le tecnologie, le idee, per certe "quote" anche gli uomini, circolano liberamente e quindi nessun paese può pensare di specializzarsi. E" un errore pensare che i cinesi si fermeranno alla manodopera e noi avremo lavori e prodotti qualificati. Il principio del vantaggio comparativo è saltato e, per giunta, come spiega David Landes, la storia dimostra che chi arriva ultimo, quasi sempre, sfrutta pure l"esperienza di chi è arrivato prima. La Cina, negli ultimi anni, ha investito più del Giappone e più di qualsiasi paese europeo in Ricerca e Sviluppo. Quindi il prezzo dei prodotti fabbricati in Cina, in India, in Brasile non aumenterà con l"aumento delle esportazioni finché non sarà riassorbita la disoccupazione mondiale. Quando l"Europa cresceva, durante quella che i francesi chiamano "les trente glorieuse" e noi "boom economico", dal secondo dopoguerra, con l"espulsione dei contadini dall"agricoltura e dai lavori meno qualificati per alimentare la massa operaia si è gonfiata la disoccupazione, ma si è potuto creare - grazie all"intervento pubblico - uno sfogo nell"assorbimento di personale nella pubblica amministrazione. Il sistema non-produttivistico è cresciuto permettendo anche la crescita di quello produttivistico e limitando le conseguenze sociali alla perdita di lavoro dei contadini o non-qualificati. Oggi l"indebitamento statale non permette più nessuna manovra politica di assorbimento del lavoro: certi Paesi guadagnano e certi altri perdono. Certe classi sociali guadagnano e certe altre perdono. I giovani sono diplomati o laureati, ma sono sotto-occupati o precarizzati.

Dunque in questo scenario - globale - le grandi aree del mondo dovranno ritrovare un equilibrio ed ecco perchè l"obiettivo degli Stati Uniti d"Europa potrebbe tornare utile a patto che si capisca che, come diceva Tocqueville, "la passione dell"uguaglianza crea ingiustizia". E troppa ingiustizia chiede giustizia. I Paesi emersi e i Paesi avanzati non sono sullo stesso piano e dunque vanno considerate anche politiche neo-protezioniste. Comunque politiche di intervento pubblico - possibilmente concertate a livello europeo - per limitare o eliminare i danni del libero scambio. Su questo la sinistra buonista e liberalizzatrice in combutta con la sinistra redistributrice, all"italiana per intenderci, fallisce. Il malfunzionamento di una politica di redistribuzione proprio a causa del deficit pubblico né è l"emblema. E la destra perde perché si dice liberale, ma non vuole l"intervento statale. E", però, innegabile che la vittoria della sinistra (in Spagna, in Gran Bretagna, in Germania, in Italia...) è il segno della "percezione sociale" della frattura tra chi ha guadagnato o guadagna troppo da questo stato di cose e chi ci perde e ci perde pure troppo.

Il problema è Europeo: il malessere è diffuso e ben percepito. Le classi dirigenti in completo disorientamento incapaci di tutelare i propri concittadini. L"ineguaglianza fatta sistema produce un"alzata generale della richiesta di equità che non trova più accoglienza né a sinistra, né a destra e si sfoga negli astensionismi, nei partiti anti-sistema, nelle non-decisioni o nelle richieste di Grosse Coalizioni e larghe intese. Le soluzioni sono semplici: o un intervento sulle economie con buona pace dei liberisti di scuola, ma creando l"Europa, garantendo le democrazie e stimolando il progresso o un intervento sul suffragio universale (cambiare le decisioni del popolo!) utilizzando il sondaggismo, le tecniche elettorali, il teatralismo militare e la cooptazione oligarchica, con buona pace della Democrazia. In questo è il motivo vero dello stallo nazionale ed europeo e questo è il motivo vero della necessità di "un partito della borghesia" o, se è più comprensibile, "del ceto medio". Un partito capace di riconoscere la "sovranità popolare europea" anche con politiche protettrici e di reciprocità soprattutto per salvaguardare il lavoro, di superare il liberalismo economico di scuola, di rendere alla Politica il guadagno ottenuto finora nell"economia. Redistribuire politicamente per poter redistribuire anche economicamente. L"ottundimento della nostra classe dirigente non è più tollerabile ed ha la sua fine inscritta nel proprio successo economico.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario