ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Serve un nuovo modello economico

L’Italia non era pronta alla globalizzazione

Serve un nuovo modello economico

Governo, banche, imprese e famiglie devono affrontare i cambiamenti dell’ultimo decennio

di Gianfranco Polillo - 09 giugno 2005

Il colmo per un Governo tacciato di essere troppo liberale - liberista? Predicare il libero mercato e la rivoluzione fiscale. Operare, seppure in modo inconsapevole, come il più determinato statalista. Operazione pericolosa che scontenta i fans e disorienta gli oppositori. I primi perché non vedono alcun segno di cambiamento. I secondi perché credono alle apparenze e temono per lo smantellamento del proprio modello di stato sociale. Un capolavoro d’ingenuità. Nicolò Machiavelli avrebbe inserito questo case story nel repertorio delle cose che il Signore del nuovo principato non avrebbe mai dovuto fare. Già è rischioso “introdurre nuovi ordini”. Immaginiamo, poi, se queste riforme non solo non si fanno. Ma si procede al contrario, come sembrano mostrare i dati di contabilità nazionale elaborati dall’Istat. In questa legislatura, prendendo come base l’ultimo trimestre del 1999, la spesa della pubblica amministrazione è aumentata del 40,7%. I consumi delle famiglie del 15, 2%. Nei loro reciproci rapporti il pubblico pesava, all’inizio, per il 29,3%. Ora vale il 30,5% alla fine. Con la crescita di un punto percentuale.

L’andamento grafico della progressione dimostra che il massimo di incremento - poco meno della metà - si è avuto nel 2001: anno elettorale per eccellenza, durante il quale si sono manifestate le conseguenze della finanziaria Amato. Il deficit di bilancio, inizialmente previsto, allo 0,6% del Pil si è poi mostrato essere pari al 3,2%. Nello stesso tempo il reddito cresceva di oltre il 3%: spinto dallo sviluppo delle esportazioni e della spesa pubblica in una spirale che ha fatto storcere il naso agli organismi internazionali: preoccupati dell’avvitamento pro – ciclico della politica italiana. Nel 2004, invece, la crescita dei consumi pubblici, dopo 3 anni di espansione, è stata flat, cioè piatta. Strano comportamento, quindi, quello del Governo in carica. Prodigo nei primi anni del suo mandato. Parsimonioso nell’anno elettorale. Che la sconfitta subita alle regionali non sia anche conseguenza di quest’atteggiamento un po’ schizofrenico? Ma a non credere alle profferte ed all’ottimismo governativo sono state proprio le famiglie. I loro consumi sono stati quasi piatti nel 2001. Per poi registrare un incremento di 13 punti negli anni successivi, secondo una progressione quasi costante. Che si è solo attenuata nell’ultimo anno di riferimento. Nonostante la recessione, il Governo ha, quindi, onorato parte delle sue promesse. Non solo non ha “messo le mani nelle tasche degli Italiani”. Ma la struttura pubblica ha svolto un ruolo di supplenza di fronte all’astenia dei consumatori. Con alcune conseguenze, almeno così si spera, del tutto indesiderate. Nel periodo, infatti, i consumi complessivi sono aumentati del 20,6 per cento, ma il Pil solo del 14,3. dando luogo ad un consistente flusso di importazioni nette, che ha colmato il divario tra domanda ed offerta. Saputi interpretare, questi dati avvalorano le tesi dell’Ocse. Secondo le quali, la crisi italiana è soprattutto una questione di offerta. Lo sviluppo potenziale della sua economia, in questi ultimi anni, si è progressivamente ridotto. Al punto che la produzione complessiva non riesce a fronteggiare consumi ed investimenti. Dando luogo ad un eccesso di importazioni che, in effetti, sono aumentate del 16,3 per cento. Mentre le esportazioni cadevano, nello stesso arco temporale, di circa 2 punti percentuali.

Nella loro essenza, questi dati rimandano l’immagine di un paese indebolito che non riesce a far fronte ai suoi impegni. Di un paese, cioè, che continua a vivere - altro che Margaret Thatcher - al di sopra delle proprie possibilità. Non perché manchino le risorse – specie finanziarie – ma perché la politica non riesce a trovare il bandolo della matassa, nel tracciare una rotta sicura. In questo mare di incertezza, dove il significato stesso delle parole sembra essere venuto meno, imprenditori, lavoratori, banchieri ed istituzioni rischiano di perdere la sfida della competizione globale. Che non è una libera scelta, ma la conseguenza di un’evoluzione storica che si è manifestata “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, dalla nostra volontà.

Su questi elementi è necessario riflettere. Affrontare il tema della competitività del sistema paese non può essere compito esclusivo di una qualsiasi classe sociale è, invece, un grande problema nazionale che richiede l’apporto di tutti. E’ necessario che gli imprenditori riprendano ad investire scoprendo il gusto, o meglio, la necessità del rischio. Che i lavoratori abbiamo contezza del fatto che il loro livello di benessere e quello dei loro figli non è più scontato. Ma dipenderà dalla loro disponibilità a rimboccarsi le maniche. Che le loro retribuzioni non possono prescindere da un rapporto più stretto con il grado di produttività che è implicito nella loro prestazione. Quindi più merito. Meno demagogia buonista. Più impegno. Non perché una visione sociale dell’economia non sia preferibile. Ma semplicemente perché il mondo è cambiato e noi siamo cittadini di questo mondo. I banchieri, a loro volta, dovranno guardare oltre le colonne d’Ercole dei propri interessi immediati. Il rischio non può essere prerogativa del solo “manifatturiero”. Il mercato finanziario ha creato nuovi strumenti per intervenire nelle situazioni più difficili. Ne facciano uso, invece di correre dietro ai vari patron della Cirio o della Parmalat.

La politica, infine, deve divenire meno evanescente. Non inseguire il facile consenso. Dire, invece, al Paese come stanno le cose e prospettare soluzioni adeguate. Appassionano sempre meno i discorsi sui singoli contenitori siano essi di destra o di sinistra. Quando occorrono proposte su cui costruire schieramenti alternativi. Finora ha prevalso – come indicano i dati forniti - un nominalismo senza fondamento. La sostanza delle cose ci dice che certi stereotipi erano solo stereotipi. Che il centro destra non è poi così diverso dal centro sinistra. Che il continuismo di una politica incerta e “pigliatutto” ha prevalso su ogni reale discontinuità. Non può durare così. Perché il Paese rischia di morire, senza nemmeno capirne le ragioni.

Pubblicato sul Riformista del 9 giugno 2005

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario