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Public Policy

Sviluppo Economico. Cercasi soluzione

Serve un ministro (sic!)

E' ora di sperimentare la via italiana alla green economy

di Enrico Cisnetto - 30 agosto 2010

Fra pochi giorni saranno passati 4 mesi dalle dimissioni di Scajola, e ancora nessuno siede al suo posto al ministero dello Sviluppo Economico. Niente di drammatico, per carità. Ma certo è singolare che proprio nel momento in cui il tema centrale dell’economia italiana è quello della “ripresa” ancora troppo fragile, non ci sia il ministro che più di altri alla crescita deve badare. Sappiamo la storia: Berlusconi ha preso dei no da alcune personalità a cui aveva chiesto di assumere quell’incarico, e così si è riservato quella poltrona come merce di scambio nel complicato scacchiere politico.

Ora, però, il suggerimento che gli ha lanciato dal palco di “Cortina InConTra” il presidente della Confagricoltura Federico Vecchioni potrebbe indurlo ad una soluzione non già di bassa mediazione politica, ma intelligente: unifichiamo le competenze agricole con quelle industriali. E siccome alla Politiche Agricole il ministro c’è e allo Sviluppo Economico no, Galan potrebbe essere la soluzione. Ma al di là del nome, quello che importa è il principio: non ha più senso concepire l’attività agricola come un corpo estraneo alle altre filiere produttive. Primo perché la partita che si sta giocando nel mondo è quella del cibo, cioè la filiera che nasce con l’agricoltura, intesa come produzione agricola e come attività funzionale alla coltivazione (si pensi alle sementi, OGM compresi, e ai fertilizzanti), che prosegue con l’industria di trasformazione e finisce con la distribuzione commerciale. E siccome in questa filiera è collocato uno degli elementi decisivi del made in Italy, importante persino per il turismo, essa va considerata assolutamente come strategica per il sistema-paese e il suo rilancio in termini di sviluppo.

In secondo luogo, l’agroalimentare è fondamentale per assicurare al Paese autosufficienza e autonomia nel momento in cui milioni di persone hanno modificato le loro abitudini e possibilità alimentari – per esempio, in Cina i consumi di carne sono aumentati di sette volte, decuplicati quelli di frutta e verdura – e l’Onu prevede che nel 2050 la Terra, popolata da 9,1 miliardi di persone, dovrà sfamare 2,4 miliardi di nuove bocche.

E questo non può che significare investimenti massicci in ricerca e innovazione. Cosa che non facciamo, visto che mentre il mondo si occupa della guerra dei fertilizzanti per l’agricoltura, noi ci attardiamo ancora a discutere se gli OGM fanno bene o male. Non ci siamo nemmeno accorti che si è aperta una battaglia senza esclusione di colpi, a suon di opa ostili e grandi fusioni, per il potassio, utilizzato insieme a nitrogeno e fosfato come nutriente del suolo. Si tratta di una guerra che potrebbe cambiare la faccia dell’agricoltura planetaria, perché i fertilizzanti sono sempre più necessari per ottenere la massima resa possibile dai terreni coltivabili, che sono una risorsa talmente limitata che assistiamo al “land grabbing” (accaparramento di terre, soprattutto in Africa), e al fenomeno delle “vertical farm” (produzioni agricole che si estendono verso l’alto a mo’ di grattacielo).

Terza e ultima questione: agricoltura e energia sono ormai due facce della stessa medaglia, visto che con gli scarti agricoli si alimenta una produzione di elettricità crescente. Anzi, proprio su questo terreno si potrebbe sperimentare la via italiana alla green economy che è emersa dagli incontri di Cortina. Ma serve un ministro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario