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Il discorso del presidente di Confindustria

“Serve un governo che governi”

Gli insuccessi economici del governo hanno disilluso anche gli industriali

di Lucio Fava del Piano - 17 giugno 2005

Dalle ovazioni ai fischi, in quattro anni. C’è qualcosa di fortemente simbolico nel percorso di Berlusconi premier, iniziato nel 2001 a Parma con gli applausi convinti di Confindustria, e approdato all’accoglienza più che fredda, quasi ostile, che gli ha riservato l’assemblea annuale di Confartigianato il 15 giugno.

C’è qualcosa di simbolico perché l’imprenditore d’Italia è riuscito a scontentare proprio quelli cui si era sempre rivolto col “cari colleghi”, gli uomini d’impresa, soprattutto gli uomini della piccola impresa, che da oltre un decennio erano stati parte importante del suo successo politico ed elettorale. Ancora più simbolico, li ha scontentati sul tema per loro più sensibile, quello dell’economia.

Quei fischi sono il simbolo del fallimento della politica economica portata avanti in questi quattro anni. O meglio, dell’assenza di quella politica.

“Serve un governo che governi”, ha detto il presidente di Confindustria Montezemolo, commentando tra la rabbia e lo sconforto il rinvio al prossimo anno dei tagli all’Irap, inizialmente annunciati per il 2005. Il leader degli industriali si è mostrato, ancora una volta, molto critico sulle scelte del governo, imputato di reperire risorse solo per le spese correnti, senza preoccuparsi degli investimenti per il futuro. Poi la conclusione: “È un’ulteriore occasione perduta. A parte i proclami, le buone intenzioni e le dichiarazioni, non mi sembra che la competitività del sistema dell'economia sia la vera priorità del governo”.

Un’analisi impietosa, ma che fotografa con lucidità la navigazione a vista, la gestione delle emergenze, i tentennamenti e la scarsa lungimiranza che sempre più, col passare del tempo, hanno caratterizzato le scelte del governo in materia di economia.

Soprattutto colpisce la sensazione che gli obiettivi siano poco chiari, basti pensare ai tira e molla, lo scorso autunno, sul modo di impiegare le risorse destinate agli sgravi fiscali. E appare evidente che poco chiari siano i mezzi per raggiungere quegli obiettivi, con decreti sulla competitività e altre iniziative annunciati e cambiati, o ritirati, nel giro di poche ore.

Quanto alle cause, senza voler mettere in discussione le capacità dei protagonisti, almeno una cosa appare chiara: i partiti che formano la maggioranza si rivolgono a gruppi diversi, portatori di interessi differenti. E dunque, spesso risulta difficile conciliare le opposte visioni.

Per questo è difficile aspettarsi che un cambiamento significativo si possa avere nell’immediato futuro. Occorrerebbe, e occorrerà, una finanziaria forte, coraggiosa e da vararsi in tempi brevi, per iniziare ad affrontare il declino del paese. Ma per il momento anche solo il Dpef è ancora del tutto avvolto nella nebbia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario