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La via della crescita

Serve un colpo di reni

L'Italia ha perso 10 punti di pil dall'inizio della crisi, qualcosa come 150 miliardi bruciati in sei anni.

di Enrico Cisnetto - 06 maggio 2013

Qui ci vuole un colpo di reni. Più ci addentriamo nel 2013 e più si capisce che l’anno finirà con una perdita di ricchezza tra il punto e mezzo e i due punti di pil. Il che significherebbe avvicinarci a -10% dall’inizio della recessione (2008), al netto della ripresina del 2010-2011. Qualcosa come 150 miliardi bruciati in sei anni, che riporta reddito complessivo e ancor peggio pro-capite ai valori di inizio anni 90. Un salto all’indietro di quasi un quarto di secolo, e che ora Prometeia fa bene a ricordarci che, a parità di politiche economiche, non recupereremo tanto presto.

Infatti, non basteranno neppure i sette anni che ci separano dal 2020 se (ma io direi ammesso e non concesso che) tra il 2015 e il 2020 il tasso di crescita medio del si collocherà stabilmente intorno all’1%: agli eventuali 7-8 punti in sette anni ne mancherebbero due o tre per tornare al 2007. D’altra parte, la stessa ricerca previsionale di Prometeia ci dice che l’Italia sarà fuori dalla recessione non prima del secondo semestre 2014. E questo ammesso che sia effettivamente avvenuto il pagamento dei 40 miliardi di debiti della pubblica amministrazione, che peraltro può contribuire ad aumentare il pil solo dello 0,2% nel 2013 e 0,3% nel 2014. La stessa produzione industriale dopo il primo quadrimestre segna una distanza dal picco di attività pre-crisi (aprile 2008) che si attesta ancora a -24,1%. Forse, se il ribasso del costo del denaro voluto dalla Bce attenuerà il secondo credit cranck che il sistema sta vivendo, potrebbe esserci qualche piccolissimo spiraglio, ma poca cosa.

Ecco, allora, che essendo arrivati alla fine della lunga e deprimente crisi politica apertasi già dopo l’estate scorsa con il fallimento del governo Monti, il voto anticipato e i due mesi senza governo a seguito del risultato delle elezioni, è venuto il momento per un deciso ed efficace colpo di reni nella politica economica. Non si tratta, come si è detto, di mettere genericamente mano al portafoglio, tagliando un po’ di tasse per tacitare il Pdl e fare un po’ d spesa sociale per accontentare il Pd. No, qui c’è da spendere un ingente somma di denaro per fare tre cose decisive. Le prime due servono per mettere benzina nel motore: rimborsare tutti i debiti pregressi in breve tempo (secondo lo schema di tipo spagnolo indicato dal presidente della Cdp, Bassanini); tagliare le tasse in modo significativo su imprese e lavoro. La terza serve per trasformare e potenziare il motore: investimenti pubblici in settori strategici per una proiezione di crescita di almeno un decennio. Stiamo parlando di almeno 200-300 miliardi, a regime. Risorse che debbono essere trovate senza disarticolare, anzi, il processo di risanamento finanziario già avviato.

Dove si trovano? Facendo due cose politicamente rilevanti, e che solo una grande coalizione non conflittuale può realizzare. La prima: tagliare la spesa pubblica corrente che serve per mantenere un apparato dello Stato e delle autonomie insopportabilmente extralarge (e inefficiente). Qui deve soccorrere il piano di riforme istituzionali che Letta ha lanciato, e che deve prima di tutto semplificare il decentramento nel rimettere mano al titolo V della Costituzione. La seconda: valorizzare con una grande operazione finanziaria una-tantum il patrimonio pubblico, chiamando a concorrere anche quello privato oltre una certa stazza. Difficile? Sì, ma l’alternativa è la stentata sopravvivenza.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario