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Pensiamo a una “Bretton Woods delle regole”

Serve un’autorità di vigilanza mondiale

È questo l’unico strumento di governo della globalizzazione possibile

di Enrico Cisnetto - 14 marzo 2008

Una nuova Bretton Woods? No, però parliamone. Nel vuoto pneumatico di una campagna elettorale che è drammaticamente priva di contenuti e misura la distanza siderale che c’è tra la politica e la complessità dei problemi che abbiamo di fronte, la versione “no global” di Giulio Tremonti ha per lo meno il merito di accendere un minimo di dibattito di idee.

Delle sue ne apprezzo una, che è anche la mia (e chi legge questa rubrica lo sa da dieci anni): la critica feroce alle “virtù salvifiche” del mercato, ideologicamente chiamato in causa da frotte di “liberisti scolastici” come la Provvidenza che tutto vede e tutto risolve solo posandosi in questa valle di lacrime. Però il ministro dell’Economia in pectore, quando di fronte alla crisi dei mercati innestata dai mutui subprime, invoca il ritorno a un ordine monetario concordato, pensato per governare i rapporti monetari fra stati nazionali indipendenti, propone qualcosa di irricevibile (e non per motivi ideologici).

Infatti, l’idea di obbligare ogni paese ad adottare una politica monetaria tesa a stabilizzare il tasso di cambio ad un valore fisso rispetto al dollaro – o l’euro, non farebbe differenza – che viene così eletto a valuta principale, consentendo solo lievi oscillazioni alle altre valute, era strettamente necessaria nel 1944, ma oggi è antistorica e pericolosa. Non fosse altro perchè questo significherebbe che tutte le altre monete dovrebbero sottostare alla politica della moneta dominante, anche quando viene lasciata libero di svalutarsi per cause interne (come peraltro avviene già ora per il dollaro).

Detto questo, però, la proposta di Tremonti, se presa come provocazione intellettuale, è utile. Perché è vero che la crisi dei mutui subprime, cui si è aggiunta la débâcle dei bond assicurativi sulle monolines, ci ha mostrato la nudità del re, intendendo per esso il sistema finanziario mondiale. Siamo di fronte ad un intruglio mortale che ha portato alla crisi di fiducia delle banche e alla mancanza di liquidità nell’interbancario, spingendo la Fed a una politica aggressiva di taglio dei tassi pur in presenza di alta inflazione, e, in accordo con le altre banche, alle maxi-iniezioni di liquidità effettuate prendendo a garanzia anche prodotti finanziari costruiti sugli strumenti derivati messi sotto accusa in questo periodo.

Ora, bisogna ringraziare Ben Bernanke perché ha tenuto fede alla sua promessa di “buttare soldi dall’elicottero” in caso di necessità: sicuramente nel breve periodo è stata la scelta più giusta. Ma hanno ragione coloro che mettono in guardia da una trappola della liquidità che è già in parte scattata, e di certo non consente alle banche centrali di andare avanti ad libitum su questa strada.

In tutto questo bailamme, hanno brillato per la loro assenza le istituzioni finanziarie sovranazionali. L’ ineluttabilità della “globalizzazione del rischio”, che si è spostata dagli Usa all’Europa grazie alla “coriandolizzazione” e all’impacchettamento del debito nelle “obbligazioni-salsiccia”, ha finalmente fatto comprendere che la priorità risiede in mercati sottoposti ai controlli necessari per assicurarsi che il “battito d’ali di una farfalla” a New York, o a Shanghai, non provochi sconquassi nel resto del mondo.

Allora, è possibile cominciare ad immaginare una “Bretton Woods delle regole”: così come nel 1944 si istituirono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, oggi si potrebbe pensare a un cambiamento delle regole d’ingaggio di queste istituzioni per conferire loro la possibilità di assicurare una governance al sistema finanziario globale, al posto dell’attuale anarchia.

Con l’obiettivo di assicurare la stabilità e prevenire le crisi sistemiche, non di intervenire, come oggi, quando il danno è stato già fatto. La Fed non ha mai messo briglie ai subprime, e si è “limitata” – si fa per dire, rispetto alla Bce – ai tagli del costo del denaro e alle iniezioni di liquidità; la Fsa inglese ha causato l’assalto agli sportelli che ha quasi fatto fallire Northern Rock, mentre la Banca d’Inghilterra prima ha dichiarato al mondo che non avrebbe aiutato chi era in difficoltà e poi si è rimangiata tutto in meno di 24 ore; l’Amf francese ha lasciato che Soc.Gen. chiudesse le posizioni aperte da monsieur Kerviel riversando una marea di titoli sui mercati, senza informare nessuno di quanto stava accadendo. Insomma, andare in “ordine sparso” non aiuta né la credibilità dei vigilanti, né il mercato. Regole condivise e accettate da tutti lo impedirebbero. In più, a prescindere dalle crisi di oggi, le banche in momenti come questo dovrebbero effettuare valutazioni più realistiche della carta che hanno sui libri e dei rischi potenziali cui sono esposte soprattutto nei prodotti strutturati e nei prestiti leveraged.

Ma non lo faranno finché non ci sarà un’autorità in grado di chiederglielo e, se necessario, di imporglielo. In cambio, ovviamente, sia di un aiuto finanziario che soltanto FMI e BM possono garantire, e anche di regole di valutazione degli asset stabili che in alcune fasi di crisi possono diventare più consone: l’abolizione – o la sospensione cautelativa – del mark-to-market potrebbe essere un bell’aiuto per chi si trova in portafoglio titoli sotto stress, o paga una penalità dovuta a circostanze congiunturali. Lo spazio per un’autorità di vigilanza mondiale, insomma, c’è. Di più: è questo l’unico strumento di governo della globalizzazione possibile. Con buona pace di Tremonti.

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