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Il caso il “caso Profumo”

Senza potere

A rischio è l’italianità di Unicredit e dell’intero sistema bancario

di Enrico Cisnetto - 24 settembre 2010

Ci sono due modi opposti di valutare il “caso Profumo”. Il primo è quello che hanno praticato un po’ tutti: dividersi in pro e contro il banchiere, e quindi in favorevoli e contrario alla sua defenestrazione, con la consueta modalità italica della contrapposizione tra guelfi e ghibellini; oppure, nel migliore dei casi, dividersi tra chi sostiene che la causa del suo inciampo sia “politica” e chi dice sia di natura managerial-gestionale.

Il secondo modo, che propongo alla vostra attenzione, è invece quello di guardare alla vicenda come epifenomeno di qualcosa di più complesso e preoccupante: la rovinosa caduta delle impalcature portanti del “potere” in Italia, inteso come sistema che incrocia e interconnette politica, istituzioni, economia, finanza, informazione, rappresentanze sociali.

E questo non solo perché, piacesse o meno, Profumo era uno dei tre banchieri più potenti del paese e Unicredit la banca più forte, ma perché nelle modalità della sua estromissione ci sono tutti i sintomi della spaventosa crisi strutturale del sistema-Italia, del declino che rischia di farsi irreversibile. Perché, diciamoci la verità, c’erano motivi e momenti per decidere di divorziare da Profumo ben diversi da quelli per cui e in cui si è maldestramente consumata la cosa.

Egli, infatti, ha il merito storico di aver imposto un modello di banca e di sua gestione che per brevità definiamo di mercato, che ha consentito di archiviare il vecchio schema italico, tipico del “capitalismo relazionale”, polveroso e provinciale. Vero è che nel farlo Profumo ha assunto spesso atteggiamenti e toni iconoclasti e commesso errori che gli sono valsi l’appellativo di “Arrogance”, ma questo non riduce la valenza strategica del ruolo che ha assunto nel sistema del credito.

Tuttavia, una certa schematicità nel proporre la filosofia della “creazione di valore”, specie per la pretesa di trasformarla in una sorta di mantra, e un’adesione un po’ troppo acritica al modello anglo-americano della banca che fa finanza – quello che ha portato in tutto il mondo agli eccessi dei derivati, da cui si è generata, nel mix con la bolla immobiliare, la Grande Crisi iniziata nell’estate 2007 – lo hanno esposto, fino quasi a simboleggiare la speculazione finanziaria. Profumo in quel momento ha traballato, ha fatto autocritica, ha scelto di operare dei cambiamenti forti negli assetti di Unicredit, tornando a renderla più “italiana” (nel senso dell’operatività, non del controllo).

Ha detto che non serviva un aumento di capitale e tantomeno i “Tremonti bond”, poi però ha dovuto chiedere soldi agli azionisti. Ecco, se in quella fase lo si fosse messo in discussione anche agli occhi dei suoi più strenui difensori la richiesta di un ricambio non sarebbe apparsa né una vendetta né un atto con recondite motivazioni. Si poteva dire “è finito un ciclo, lasciamoci senza rancore”, e ci sarebbe stato il tempo e il modo per preparare la successione e impostare nuovi assetti, senza mettere in discussione la stabilità del sistema.

Sistema a cui, invece, si è dato un colpo mortale scegliendo di usare la questione dei libici come grimaldello. Si rifletta su cosa significa per la credibilità, già molto compromessa, del paese vedere un governo che prima accoglie in pompa fin troppo magna il colonnello Gheddafi, come nessuno in Occidente fa, e poi il partito che di quello stesso governo detiene la golden share accusare i fondi sovrani libici di ingerenza per aver raggiunto il 7,6% di Unicredit e di intenzioni ostili immaginando che intenda oltre fino a porre in essere una vera e propria scalata.

Salvo tentare di aggiustare il tiro – ma in realtà peggiorando le cose, visto che dalla Germania dipendiamo molto di più che dai carburi libici – dicendo che anche dai tedeschi bisogna difendere Unicredit. Se a questo si aggiunge che il vero obiettivo dell’attacco frontale a Profumo è il controllo, diretto e indiretto, delle fondazioni, quelle coinvolte in Unicredit e le altre per emulazione, in nome del fatto che “meglio i mie amici che gli amici degli altri” (Zaia a “Cortina InConTra” il 29 agosto), si capisce come vadano a farsi fottere le pur fondate ragioni di chi sottolinea che un management non può mai prescindere dagli azionisti.

E con esse rischia di andare a ramengo quel poco di intelaiatura di sistema-paese che ancora è in piedi. Altro che le fantasiose letture di alcuni “poteri forti” contro altri, qui siamo di fronte a “poteri deboli” che s’indeboliscono vieppiù, rendendo fragile il Paese. Per quanto autoreferenziali, le fondazioni bancarie fin qui hanno consentito al nostro sistema creditizio di reggere botta e mantenere in buona misura il controllo entro i confini.

Così, invece, non sono i libici ma le maldestre azioni di forza cui abbiamo assistito – che giustamente hanno fatto arrabbiare il ministro Tremonti e preoccupare la Banca d’Italia, che pure non aveva gradito alcuni comportamenti di Profumo – a mettere a rischio l’italianità di Unicredit e dell’intero sistema bancario. Altro che maggiore legame con il territorio.

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