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Ritorna un ministro per il Sud?

Senza portafoglio e senza cavallo

La nomina voluta dal centrodestra per rimediare alla batosta elettorale non potrà avere poteri effettivi e farà solo confusione

di Donato Speroni - 12 aprile 2005

E’ difficile prendere sul serio il progetto di una parte degli esponenti della Casa della Libertà di rilanciare l’azione di governo attraverso la rinascita di un ministero per il Sud. Non si capisce, infatti, che cosa questo ministero dovrebbe fare, oltre un po’ di politica d’immagine a favore del centrodestra per bilanciare i guasti elettorali provocati dall’improvvida approvazione della devolution. Facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti. Il ministero per il Mezzogiorno esisteva fino al 1992, quando fu unificato nel ministero del Bilancio sotto il governo Amato, essendo ministri dapprima Franco Reviglio, poi Beniamino Andreatta. Aveva avuto un grande potere nella seconda metà degli anni ’80, grazie alla legge 64/86 che stanziava 120mila miliardi di lire (di allora) per il sud, ma si era progressivamente logorato per le lotte di potere, la burocraticità delle procedure d’intervento, la sostanziale povertà dei risultati. La cancellazione del ministero, insieme a una radicale riforma di tutto il sistema degli incentivi, servì anche ad impedire che si procedesse al referendum di abolizione della legge per il Mezzogiorno, voluto dalla Lega: un referendum che, comunque andasse, avrebbe spaccato il paese tra nord e sud. Da allora che cosa è avvenuto? Il Sud è confluito nel grande calderone del ministero dell’Economia, che unifica ben cinque ministeri (oltre a Mezzogiorno e Bilancio, Partecipazioni statali, Tesoro e Finanze). Le sue funzioni sono sostanzialmente svolte dal Dipartimento per le Politiche di Coesione e Sviluppo, diretto da Fabrizio Barca, un economista generalmente apprezzato, che ha saputo aiutare le regioni ad utilizzare al meglio i fondi comunitari. Le politiche d’incentivazione dell’intervento straordinario sono state sostituite da altre misure. I progetti per le grandi opere, i fondi europei, gli incentivi alle imprese erogati con altre misure come la legge 488/92, pur senza risultati folgoranti, hanno funzionato meno peggio dei vecchi interventi per il Sud. Invece, un rinato ministro del Mezzogiorno oggi non avrebbe alcuna strumentazione su cui operare, perché, anche qualora si volesse (e non credo che si voglia) ripristinare l’intervento straordinario, bisognerebbe ricreare leggi ad hoc, che non avrebbero alcuna possibilità di essere approvate in tempi rapidi. Potrebbe essere, al massimo un portavoce delle esigenze meridionali, forse per evitare che questo ruolo venga assunto dai presidenti delle regioni del Sud, di colore politico opposto al governo in carica. Insomma, un cavaliere errante incaricato di difendere i deboli meridionali dai forti e prepotenti nordisti, ma un cavaliere senza cavallo. Altrettanto inefficace sarebbe la proposta di una “Mediobanca del Sud”, altro tormentone ricorrente del dibattito meridionalista. Ne riparla spesso il vicepresidente di Forza Italia, Giulio Tremonti, ma i precedenti tentativi, regolarmente falliti, ci dimostrano l’assurdità del progetto. Delle due l’una: o la Mediobanca del Sud opera al di là delle leggi del mercato ed allora è sostanzialmente un doppione di uno strumento come Sviluppo Italia, che già esiste e del quale già conosciamo i limiti; oppure deve operare con le stesse regole degli altri intermediari finanziari e allora non si vede che cosa potrebbe fare di diverso da chi è già presente sul territorio meridionale. Gli anni che sono passati dalla fine dell’intervento straordinario hanno visto diverse velocità di sviluppo nelle diverse aree del Mezzogiorno, ma hanno sostanzialmente confermato l’esistenza di un divario di ricchezza e di qualità della vita tra nord e sud. Occorre certamente intervenire, come hanno anche richiesto sindacati e associazioni datoriali col documento comune sottoscritto qualche mese fa. Però, ancora una volta, non serve a nulla alzare un polverone mediatico, magari azzerando nella smania di far meglio quel poco che si è fatto finora.

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