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La crisi dei partiti

Sembra il 1994. O forse è peggio.

Forze politiche ferme al palo, incapaci di rinnovarsi e adeguarsi ai tempi che cambiano. E così facendo si condannano al montismo

di Davide Giacalone - 07 agosto 2012

La presenza in scena di Silvio Berlusconi non basta più. Dopo diciotto anni, cinque elezioni politiche (tre da lui vinte e due perse) e agli sgoccioli agonici della seconda Repubblica è, oramai, evidente ai più che la sua forza elettorale non è in grado di rendere il centro destra capace di governare e la sua forza economica, i suoi interessi editoriali, non sono sufficienti a giustificare il voto verso la sinistra, che, semmai, nelle sue versioni unioniste appare come il più caduco dei prodotti berlusconiani.

Berlusconi ha annunciato che si ricandiderà, e lo farà. Ma non basta a ridare un senso alla scena politica, perché né la classe parlamentare, né la classe dirigente più vasta, giornalismo compreso, riescono ad immaginare un futuro che sia diverso dal passato. Come sarà, invece. Il centro destra ha scoperto che l’abbattimento del debito pubblico, mediante dismissioni di patrimonio pubblico, è necessario per mettere l’Italia al riparo dalla speculazione. Giusto. Bravi. Ma è vero da anni, era vero anche quando sono andati al governo l’ultima volta, eppure non solo non lo hanno fatto, ma nel corso della loro gestione la spesa pubblica è aumentata, il debito anche, e con quelli la pressione fiscale.

Nel mentre non erano in grado di antivedere quel che qui si metteva nero su bianco, portavano sulla scena una classe parlamentare e di governo in cui i pezzi pregevoli venivano oscurati da un variopinto caravanserraglio, ove gli aspetti boccacceschi non erano i meno commendevoli.

Eppure non abbiamo mai concesso nulla al moralismo senza etica della sinistra. Quella realtà del centro destra, che vedevamo e denunciavamo (carta canta), non giustificava minimamente la sinistra fuga dal diritto e dalla realtà, sicché si poteva fare una campagna contro Giovanni Falcone, isolandolo e sconfiggendolo in vita, per poi condurre una battaglia a favore di qualsiasi mozzorecchi inquisisse l’avversario politico, in un immondo guazzabuglio di leninismo e cinismo per poveri di cultura e di spirito. Non mi piace questa sinistra perché non è eticamente migliore di questa destra, semmai peggiore, e perché, sebbene con colpevole ritardo, la destra giunge a razionalizzare quel che la sinistra ancora non si rassegna manco a contabilizzare.

Tutto questo s’è retto, fino a novembre del 2011, sul berlusconismo e l’antiberlusconismo. Ora non basta più. Il vuoto che si crea è più vasto di quello che l’Italia visse nel 1992 e, come allora, ci sono pressioni dall’esterno che mirano a danneggiare i nostri interessi e portar via i nostri gioielli. C’è già costato caro, non è il caso di replicare.

L’Italia resta una potenza economica, ricca e vitale, ma venti anni di non governo hanno corroso alcuni dei pilastri che la reggono. L’europeismo non può più essere il gargarismo retorico dei pensatori dialettali, perché l’Europa concretamente realizzata s’è rivoltata in una minaccia ai nostri interessi nazionali. Mario Monti non si crucci troppo per i sentimenti anti-tedeschi di alcuni italiani (pochini e assai meno diffusi di quel che sarebbe ragionevole, in questa situazione), perché il problema consiste nei sentimenti anti-europei di chi usa l’euro per fregare i concorrenti interni all’area che copre. Ci sono colpe nostre, ma anche colpe altrui, e nessuna ha a che vedere con il rigore o con il lassismo, perché qui siamo nel cuore della storia, nella fucina ove il plurale “popoli” possa divenire un singolare “popolo europeo”. Non siamo noi italiani ad impedirlo, e non occorre conoscere il francese o il tedesco, per capirlo.

Il nostro gioco politico interno si dipana senza tenere nel minimo conto la fine del modello postbellico. Sparendo la guerra fredda e sorgendo la gobalizzazione il modello del welfare state non regge più. Non perché non si possa e debba essere solidali con i deboli, ma perché: a. i deboli non sono più dentro i nostri confini; b. i soldi che si spendono in quella direzione sono in buona parte buttati, sprecati, anche ove non siano rubati.

Queste sono le montagne concettuali da scalarsi, queste le sfide che ridefiniranno la scena politica. Non solo italiana, ovviamente. E in questa parete liscia i partiti che occupano la scena si mostrano bolsi, spaventati, aggrappati al primo rampone, con la corda del berlusconismo e antiberlusconismo oramai ridotta a laccio per le scarpe. Incapaci del minimo, ovvero riforme costituzionali ed elettorali, si rassegnano al commissariamento montiano, contendendosi il servilismo verso il Colle. Il guaio è che neanche i commissari hanno le idee chiare, perché quando decade una classe dirigente non lo fa a fette selettive, ma con frane distruttive.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario