ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Segnali di una Terza Repubblica?

Lettera aperta al Direttore di Liberal

Segnali di una Terza Repubblica?

Come interpretare i risultati della consultazione elettorale

di Enrico Cisnetto* - 10 giugno 2009

Caro Adornato,
come siano andate le elezioni lo spiega meglio di ogni commento la decisione presa ieri da Silvio Berlusconi di lasciare andare al suo destino il referendum elettorale. Un disimpegno impostogli dalla Lega – probabilmente la migliore, o comunque una delle poche buone decisioni tra le tante che in questi anni Bossi lo ha “costretto” a prendere – alla luce del risultato politico della consultazione europea e amministrativa. Risultato che finora è stato analizzato solamente sotto il profilo degli scostamenti percentuali, sia rispetto alle precedenti elezioni – cosa che ha fatto il centrodestra, per dimostrare una performance vincente – sia nei confronti delle aspettative, analisi praticata dal centrosinistra per avvantaggiarsi della paradossale illusione ottica che il voto ha prodotto, poichè l’ostentazione berlusconiana di obiettivi plebiscitari per lui e di un’implosione per i suoi avversari ha fatto il capolavoro di trasformare il suo quasi pareggio in una sconfitta e la sconfitta altrui in una mezza vittoria.

Ma c’è un altro, e politicamente più significativo, modo di analizzare l’esito delle urne: quello di contare i voti, come già ieri ha fatto Liberal. Se ne deduce che il Pdl ha perso 2 milioni e 850 mila voti, il Pd 4,1 milioni (senza contare il “peso” dei Radicali, che pure questa volta da soli hanno preso 740 mila voti), e viceversa la Lega ha incrementato il bottino di 100 mila voti e Di Pietro di 850 mila. E non si faccia l’obiezione che per gran parte si tratta di astenuti: a casa mia l’astensione, specie quella non cronica, è una precisa scelta politica. Che in questo caso ha colpito prevalentemente Berlusconi, cui evidentemente sono mancati i consensi di chi non voleva passare dall’altra parte ma questa volta non se l’è sentita di confermargli il voto (o gli ha voluto mandare un avvertimento).

Ed è proprio in quest’ottica che è corretto dire non solo che l’illusione bipartitica è crollata, ma che anche il bipolarismo ha preso un brutto colpo, visto che il sistema ormai si articola in sei diverse aree politiche: le cinque che anche questa volta hanno superato la soglia di sbarramento – a proposito, visto che funziona vediamo di adottarla in una compiuta modalità elettorale di proporzionale alla tedesca – e la sinistra-sinistra, che “valendo” complessivamente tra il 6% e il 7% è ragionevole pensare che prima o poi troverà modo di superare le sue divisioni. Altro che semplificazione forzata, altro che presidenzialismo strisciante, altro che elezioni anticipate per spianare la strada del Quirinale al Cavaliere.

Detto questo, i “segnali di Terza Repubblica” di cui ha parlato Liberal – espressione che è musica alle mie orecchie di direttore di “www.terzarepubblica.it”, quotidiano online di Società Aperta – ci sono, sì, ma vanno interpretati. Sappiamo bene che per archiviare in via definitiva la disastrosa Seconda Repubblica nella quale viviamo da un quindicennio, occorre che si determini contemporaneamente tanto la disgregazione del Pd – il che significa la diversa riallocazione delle sue componenti moderate – quanto l’implosione del Pdl, o meglio l’eclissi politica del suo unico motivo di esistenza, Berlusconi. Ora il voto ha contribuito alla realizzazione di queste due condizioni, ma in maniera non sufficiente. Il centrosinistra era già a pezzi, e sarebbe bastata la discesa sotto la soglia psicologica del 25% per dargli il colpo di grazie. Ma così non è stato, e adesso sarà ancora lunga e tortuosa la strada verso il chiarimento politico.

Sul fronte opposto, il Governo esce dalla consultazione con il baricentro politico ancor più spostato verso la Lega di quanto già non fosse, e la rinuncia del premier all’arma del referendum – che pure, se passasse, gli consegnerebbe le chiavi di una successiva vittoria in solitario, premessa indispensabile non solo per salire al Colle, ma per farlo con poteri “presidenziali” – ne è la clamorosa conferma. Ma questo ci dice anche a quale film assisteremo nei prossimi mesi: Bossi chiederà e Berlusconi concederà, in uno schema che costringerà il Governo a non fare molte scelte (dall’abolizione delle province alla riforma delle pensioni passando per le mancate liberalizzazioni) e a farne alcune sbagliate (federalismo fiscale), ma che consentirà – recessione permettendo – quell’effetto di trascinamento della legislatura cui già abbiamo assistito tra il 2001 e il 2006.

Naturalmente, questo doppio processo propedeutico alla nascita della Terza Repubblica può e deve essere favorito dalle “forze terze”. In primis l’Udc, che ha conseguito un ottimo risultato se si ragiona in termini di pericolo di asfissia bipolare, ma che si conferma ancora insufficiente se si guarda ad un obiettivo più articolato. Dunque, mi aspetto da Casini non solo il rilancio del progetto del “Partito della Nazione” – che deve significare qualcosa di molto di più dell’allargamento dell’Udc a qualche esponente più o meno qualificato della società civile e di molto diverso dal pur comprensibile desiderio di riunire i cattolici democratici italiani – ma l’apertura di un grande dibattito politico e programmatico sul futuro del Paese in un mondo che la crisi economico-finanziaria sta cambiando profondamente. Così come mi aspetto dai laici non laicisti – socialisti, repubblicani, liberali: dove siete? – un sussulto per trovare rinnovare ragioni di azione politica, in un’ottica di pragmatica composizione delle differenze con le sensibilità cattoliche. Insomma, caro Direttore, la Terza Repubblica è un po’ come la ripresa economica: si avvicina ma è ancora lontana. Proviamo, tutti insieme, ad accorciare le distanze.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.