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Il caso della privatizzazione della Sea

Sea e non solo

Con F2i si apre la possibilità della razionalizzazione degli aeroporti italiani

di Enrico Cisnetto - 18 dicembre 2011

Sea, ovvero quando l’eccesso di dietrologia fa perdere il lume della ragione. Si potrebbero catalogare così alcune reazioni all’esito della gara indetta dal Comune di Milano per cedere il 29,7% della società che gestisce gli aeroporti di Linate, Malpensa e Bergamo. Qualcuno si è scandalizzato che: a. il fondo F2i (italiano) si sia aggiudicato quelle azioni; b. lo abbia fatto”solo” per un euro oltre la base d’asta di 385 milioni (stabilita dal venditore); c. la sua fosse l’unica offerta; d. sia stato escluso dalla gara un altro fondo, Srei (indiano quotato a Londra), perché arrivato in ritardo di 10 minuti rispetto alla scadenza, nonostante avesse offerto di più.

Ora, invece di essere contenti che Milano abbia avviato la privatizzazione della Sea, che lo abbia fatto con un investitore nazionale che ha già ri-italianizzato Capodichino (riacquistando la Gesac dagli inglesi) e che il Comune incassando quella cifra evita il default finanziario, si è preferito montare un caso. Che è inesistente, perché anche ammesso che la cifra fosse davvero 425 milioni come dichiarato – ma la busta è rimasta sigillata – ma è molto probabile che la proposta di poche righe (contro 200 pagine di progetto industriale presentato da F2i), fatta senza aver consultato in data room bilanci e documenti di Sea, sarebbe risultata inammissibile in quanto non rispondente al bando. E questo per ammissione degli stessi consulenti di Srei: “se si fosse arrivati all’apertura della busta ci sarebbero state discussioni”, dice candidamente Alberto Franceschini di Ambro and Asia. Non a caso gli indiani escludono di voler fare ricorso.

Insomma, a voler adoperare lo stesso quantitativo di dietrologia usato in questa circostanza, si potrebbe allora immaginare che si tratti di una montatura politica creata apposta. Unica spiegazione alternativa a quella, banale, di essere di fronte a degli sprovveduti, visto che non si arriva all’ultimo minuto con un’offerta da 425 milioni in mano, e per di più si sbaglia indirizzo (il tizio indiano è andato a Palazzo Marino anziché alla sede della Ragioneria, come indicato chiaramente nel bando con tanto di indirizzo). Ma lasciamo le supposizioni agli stolti, e andiamo al sodo. Con questa operazione si apre la possibilità di far diventare F2i, che ricordiamo ha come azionisti le grandi banche italiane e internazionali e la Cassa Depositi e Prestiti, il perno della razionalizzazione degli aeroporti italiani, che – come ha efficacemente ricordato il neo-ministro Passera – non sono un sistema e devono diventarlo. Chiudendo i piccoli scali, spesso in perdita, e concentrando le proprietà.

Per anni abbiamo assistito allo scontro Malpensa-Fiumicino, che è costato un occhio della testa. Da oltre tre anni Adr attende un quadro normativo e un sistema tariffario certi per avviare oltre 12 miliardi di investimenti (fino al 2044, di cui 2,5 nei primi 10 anni) e generare 230 mila nuovi posti di lavoro. In Emilia-Romagna ci sono quattro scali (Bologna, Parma, Rimini e Forlì), in Toscana Pisa e Firenze fanno a pugni, mentre in “Padania” Brescia e Verona (entrambi in perdita) sono a pochi chilometri di distanza.

C’è dunque molto lavoro da fare per sistemare un settore decisivo per lo sviluppo dell’economia e del turismo (per esempio per dare chance a Roma per le Olimpiadi del 2020), e l’operazione Sea-F2i è l’occasione giusta per partire. Altro che “fare gli indiani”.

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