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Public Policy

Lettera aperta a Mario Monti

Se vuole durare cade

Il premier non sia inutilmente frettoloso e scontato

di Davide Giacalone - 29 novembre 2011

Anche fuori dai nostri confini ci si comincia a chiedere: cosa sta facendo, il governo Monti? Non doveva giurare e operare al volo, laddove, invece, ancora stenta a insediarsi pienamente? Capisco che la domanda venga da quanti hanno creduto all’illusione salvifica di un governo di tecnici, con il quale mandare a casa, a tambur battente, quello politico voluto dagli elettori e mai sfiduciato dal Parlamento, verrebbe voglia, però, di rispondere con un’altra domanda: scusate, ma che dovrebbe fare, il governo Monti? Lo stesso professore, appena divenuto senatore a vita e subito dopo essere stato incaricato di formare il governo, convenne che il programma d’azione si trovava nella lettera d’intenti inviata dal governo (precedente) alle autorità dell’Unione europea. Niente di nuovo, quindi. Si trattava, semmai, di accelerare i tempi. Ed è questo che, ora, gli viene rimproverato: l’accelerazione non si vede. E’ vero, non c’è. Non è detto che sia un male, però è un problema. Tutto politico. Nella fantasia collettiva, insufflata da quella giornalistica, il governo Monti avrebbe dovuto avere due caratteristiche: a. incarnare sobri costumi; b. stangare sodo per rimettere in ordine i conti. La prima cosa è irrilevante, utile solo come deposito della bava lecchina di non pochi commentatori. Ove per sobrietà s’intenda, invece, una maggiore severità verso i privilegi della classe politica, allora segnalo che è avvenuto il contrario, giacché la decisione del Senato, secondo cui si modificano i vitalizi parlamentari, ma solo a partire dalla prossima legislatura, quindi per gli altri, è un apogeo d’insensibilità e stupidità, utile a propiziare un ipogeo di credibilità. Aggiungo che non si tratta di una decisione governativa, ma, appunto, mette in evidenza lo scollamento fra governo e Prlamento. Forse non è chiaro, ma i signori parlamentari devono intervenire colpendo i loro diritti acquisiti, sia presenti che passati. Fuori da ciò possono solo che tacere e nascondersi, adottando una tattica assai più lungimirante e utile che non il far demagogia a babbo morto (e a loro, sperabilmente, non rieletti). Passiamo alla seconda questione, assai più seria. La stangata sta per arrivare, ed è un male. Spremere le tasche degli italiani oggi significa raccattare soldi destinati a vaporizzarsi sul braciere degli spread. Per quanti se ne prendano e buttino in quel fuoco assai di più ce ne chiederanno. E’ una corsa dissennata, che si può fermare solo risolvendo le insanabili contraddizioni dell’euro. Detto in maniera più ruvida: togliere soldi agli italiani per darli alla difesa delle banche francesi e tedesche, ricomprando titoli del nostro debito pubblico, sarebbe imperdonabile. Si deve fare attenzione a non confondere i tempi e le situazioni. Io stesso ero favorevole a una tassazione patrimoniale (ce ne sono di diversi tipi), destinata a ridurre il debito pubblico e liberare risorse per la crescita. Ma questo era possibile prima che esplodesse l’euro, prima che la speculazione sui tassi d’interesse rendesse insostenibile qualsiasi debito. Farlo oggi significherebbe impoverire i privati senza risolvere nulla. Pensare di mettere fretta a Monti, in questa direzione, è sbagliato. Se è questo che hanno in mente i frettolosi, meglio che il governo vada in letargo. Al contrario, invece, sarebbe assai utile che si prendessero subito le decisioni destinate a favorire l’elasticità del mercato e una maggiore produttività. Significa alleggerire di vincoli (quindi di protezioni) il mercato del lavoro come quello delle professioni; alleggerire il peso del sistema pensionistico sugli odierni lavoratori; alleggerire la gestione pubblica dell’economia restituendo produzioni e servizi al mercato. Significa aprire al mercato l’istruzione e trovare all’istruzione un mercato, come anche prendere atto che fra le cose italiane che l’Europa condanna c’è la protezione corporativa dei magistrati, genitrice non solitaria della malagiustizia. Questo capitolo, che potremmo definire delle riforme liberali, dovrebbe essere scritto immediatamente, perché propedeutico ad una maggiore solidità del nostro sistema produttivo, il che giova sia che si risolva la crisi dell’euro sia che ci si trovi a dovere fare i conti con il suo collasso. Al contrario, invece, l’alternativa non è affatto indifferente sul fronte della stangata. Il guaio politico del governo Monti è che a volerlo e reclamarlo sono stati i teorici della spremitura, supponendo che potendo i tecnici pagare un prezzo di popolarità (magari compensato dall’esaltazione forsennata del nuovo corso) ciò avrebbe risolto i problemi. Il che era ed è falso. Puerile. Segno di una mancata comprensione di quel che accade. Ciò, sia detto a scanso d’equivoci, non significa affatto sostenere che il governo precedente, quello Berlusconi, fosse in grado di agire, perché era bollito da tempo, ma neanche supporre che la sua semplice sostituzione servisse a molto. Essendo così nato, per Monti è difficile girare la frittata e anteporre le riforme e le liberalizzazioni ai prelievi e alle tassazioni, perché metterebbe nei guai il Partito democratico. La politica, come vedete, non è che rientri dalla finestra, è che non se n’è mai andata. Non solo non mi scandalizza, ma mi preoccupa la pretesa contraria. Il guaio non è che i partiti reclamino sottosegretari (quello è facile, basta non dargliene, a nessuno), ma che continuino a mostrarsi estranei al governo, pur votandolo. La parentesi Monti è utile se viene sfruttata per disinnescare le mine della seconda Repubblica, aprendo le porte alla terza. In caso contrario resterà una pretesa sproporzionata alla sostanza, in balia dei giornali gialli. Dia retta, professore, senatore a vita, presidente Monti: non si curi di chi la vuole prescioloso, non creda di mostrarsi tecnico facendo la cosa più banale del mondo, la meno economicamente sana, quella di cui sono capaci politicanti di quarta fila: tassare e spendere. Le posso segnalare insigni cultori, in tale materia. Usi la forza che ha, e non è poca, per costringere i riottosi a far i conti con la realtà. Non copra le timidezze della politica, ma le scopra e svergogni. Se lei si comportasse come uno che vuole durare sarebbe già finito. E, me ne duole, ma sarebbe anche giusto che finisse.

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