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Cultura e mercato

Se l'eccezione diventa business

Non bisogna sottrarre la cultura al mercato, ma interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato.

di Davide Giacalone - 18 giugno 2013

Il concetto di “eccezione culturale” è di destra, ma se ne pavoneggiano intellettuali e intellettualoidi di sinistra. L’idea che il cinema sia “l’arma più forte” dello Stato dispensatore di cultura è direttamente mussoliniana, ma trova alfieri nei danarosi solo politicamente sinistrati. E’ un tema affasciante, ma così vasto che mi tocca ridurlo in punti. L’eccezione culturale è bene che esista.

1. Ne attribuirei la paternità contemporanea a Giovanni Gentile. Vide l’Enciclopedia Britannica e volle fare l’Enciclopedia Italiana (dove lavora Massimo Bray, attuale ministro della Cultura e difensore dell’eccezione, dimostrandosi che la storia, consapevolmente o meno, si riverbera nei contemporanei). Vide i college inglesi e volle fare i convitti. La difesa della cultura nazionale, e in quella dell’identità patria, era, per Gentile, produzione di cultura. Non certo rendita. Poi le idee si confusero.

2. Del Fondo unico per lo spettacolo (soldi pubblici) solo il 18,59% va al cinema. Allora perché si parla solo di quello? Per due ragioni, poco culturali: a. perché per molti che straparlano quella è l’unica fonte de curtura; b. perché solo gli attori famosi sono tali quanto basta per piangere miseria ed essere ascoltati.

3. Non è affatto un male agevolare il cinema. Hollywood nacque grazie ad agevolazioni fiscali (prima quell’industria si trovava a New York). Ma se i soldi vengono distribuiti in base al “valore culturale”, accertato da apposite commissioni di raccomandati ministeriali, sono buttati, e se, invece, li si scuce in base ai biglietti venduti, va a finire che finanzi i film di cassetta. Che non è affatto detto non abbiano valore culturale (anzi), ma sono di sicuro i meno bisognosi. Si dovrebbe gentilianamente impegnarli nelle scuole, o commercialmente nelle agevolazioni produttive, per tutti.

4. Quando gli italiani vanno al cinema pagano più che altro film americani (53%), meno gli italiani (27), meno ancora gli europei (17). Esterofili? Mica tanto, perché quando sentono musica pagano al 56% quella italiana (che ha mercato globale). Temo noi si produca una copiosa manata di boriose cavolate. Assieme a pepite preziose. Pensare che sia utile finanziare le prime è azzardato.

5. Lo ha qui scritto benissimo Carlo Pelanda: dall’accordo di libero scambio con gli Usa noi siamo i primi a trarre giovamento. Ci manca che lo si renda difficile. E la cultura? Anche in quella, dico io. Perché il mondo è grande e i modelli che si affermano nell’Asia che cresce, ma pure nel mondo affetto da fondamentalismo, sono occidentali. Vale anche per la moda. E’ un vantaggio. Culturale.

6. Piuttosto che fare a testate con il mercato, meglio profittarne. Mario Vargas Losa ha pubblicato un bellissimo “La civiltà dello spettacolo”, ragionando (anche) sul turismo di massa e la sua superficialità. Prima di lui era stato Giorgio Gaber a cantare che la fila fuori dai musei, con i panini, “mi fa malinconia”. Hanno ragione. Ma i musei chiusi o inaccessibili fanno rabbia. Mercato, mercato, mercato: gestioni private, orari lunghi, vendita di libri, oggetti, magliette, bicchieri. Servono a far soldi e rendere vitali centri in agonia. La massificazione ha i suoi difetti, vediamo di non ciucciarceli senza profittare dei pregi.

7. Eppure c’è bisogno di “eccezione”. In senso gentiliano, ma non solo. Per comprare gli e-book di Libero si deve andare su Apple-store. Prima di metterceli la società di Cupertino si riserva di autorizzare. Vi pare normale? A loro non importa nulla se si fa un libro pro o contro Napolitano, Hollande o la regina Elisabetta, ma vi pare accettabile che l’Europa perda sovranità editoriale? E come funziona la distribuzione dei film, nel mondo? Nell’era digitale aumenta la pressione della massificazione, ma anche gli spazi per la distinzione. Sarebbe sana una politica europea che agevoli la seconda (che è il contrario dell’iva di favore sui libri e penalizzante sui medesimi contenuti in digitale).

8. Ha ragione Fausto Carioti quando scrive che il vero problema non è il principio dell’“eccezione”, ma il modo in cui si passa ai fatti. Una cosa è pensare che sia eccezionale tenersi la Rai pubblica (magari piangendo sull’altra sprecona, quella greca), altra rispondere al grido di dolore di Salvatore Accardo: non si insegna più la musica. Siamo la patria della lirica, ma morto Pavarotti il mercato globale ha altre ugole e altri esecutori (Boccelli ha successo, ma qui lo considerano “commerciale”).

9. L’eccezione deve consistere non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato. E in un mercato si deve produrre. Producendo difendersi, perché la concorrenza mira anche sotto la cintola. Lo so che non sono zucchine, ma so anche che è fallimentare sovvenzionare le teste di zucca.

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