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I dati comparati sulla produttività

Se lavorare di più diventa tabù

Incrementare la produttività lavorando più ore è necessario. Francia e Germania docent

di Enrico Cisnetto - 14 maggio 2007

E se fosse (anche) l’aumento delle ore di lavoro il sistema per rendere più produttiva l’industria italiana? In tutta Europa, sembra che il mito del “lavorare meno, lavorare tutti” sia ormai al tramonto. Il più fragoroso segnale in tal senso è arrivato dalla Francia, dove Nicholas Sarkozy ha liquidato come ‘catastrofica’ l’esperienza delle 35 ore voluta dalla socialista Martine Aubry soltanto 7 anni fa. Il nuovo inquilino dell’Eliseo ha già deciso un aumento retributivo del 25% degli straordinari, che servirà a mettere in linea le piccole e medie imprese – dove le ore extra adesso vengono pagate il 10% del normale – con quanto già avviene nelle aziende più grandi.

Ma non meno significativo, anzi, è il segnale che ci manda l’Austria, dove dal 2008 regole più flessibili consentiranno di lavorare fino a 60 ore la settimana (e 12 al giorno) per otto settimane consecutive, grazie a un disegno di legge presentato dalla Grande Coalizione che vede alleati i socialdemocratici del cancelliere Alfred Gusenbauer e i popolari. La Germania, invece, già da tempo ha messo in pratica aumenti del numero di ore lavorate, facendo passare il working time dalle 35 alle 39-40 a seconda dei casi, ma solo per grandi aziende come Siemens, Wolkswagen, Daimler-Chrysler.

E che quello dell’aumento delle ore di lavoro sia un “cambio di direzione” sempre più necessario, lo si capisce dal gap che separa l’Europa dagli Stati Uniti. Il differenziale di orario tra le due aree è cresciuto dalle 300 ore del 2000 alle 533 del 2006, a causa delle norme contrattuali, del tasso di assenteismo e dello straordinario, che in Europa varia tra l’1% e il 4% delle ore lavorative, mentre nei mercati anglosassoni arriva al 10%: uno svantaggio competitivo che si è tradotto in tre mesi di lavoro in meno di differenza solamente l’anno in corso, e in ben 365 giorni – un anno intero! – nell’ultimo lustro. Dunque, proprio per evitare di farci sommergere da questo scarto, il cambio di direzione dovremmo pensare di metterlo in cantiere anche noi: un po’ perché la media di ore lavorate in Italia si attesta sulle 1505, al di sotto delle 1630 medie della Ue-25, un po’ perché l’assenteismo nell’industria metalmeccanica rasenta il 10,4%, un risultato che ci vede penultimi in Europa, prima soltanto del Belgio. Certo, oggi l’economia globalizzata assegna all’Occidente un modello di business meno labour e più capital e technology intensive, nel quale gli investimenti significativi sono quelli fatti nella conoscenza e nell’innovazione. E anche il nostro Paese, seppur (troppo) faticosamente, sta prendendo la via dell’economia “digitale” al posto di quella “analogica”, come testimonia, tra l’altro, il dato sull’anagrafe delle imprese, che nel primo trimestre 2007 sono calate, al netto delle nuove nate, di 14mila unità – la diminuzione più elevata del decennio – segno, questo, che la schumpeteriana “distruzione creatrice” sta operando la giusta selezione.

Ma nella competizione globale è il caso di rendersi conto che, se altrove si sta virando verso il modello “lavorare di più”, noi non possiamo che fare altrettanto. Non si tratta di tornare al vecchio schema di competizione sui costi, specie su quello del lavoro, perchè comunque siamo perdenti rispetto agli asiatici. Ma recuperare quote di produttività, anche lavorando di più, è un obbligo a cui non possiamo sottrarci.

Pubblicato su Il Messaggero di domenica 13 maggio

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