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Public Policy

Una ricetta per le pubbliche amministrazioni

Se la riforma diventa un tabù

I sindacati si rassegnino: i privilegi sono degli statali. E se Sarko e Sego deludono..

di Enrico Cisnetto - 04 maggio 2007

Che delusione, quella parte del dibattito tra i due candidati all’Eliseo dedicata alla pubblica amministrazione. Da un lato, Ségolène Royal non è riuscita a dire altro che “meno burocrazia”, dimenticando di aggiungere che un simile obiettivo presuppone una drastica riduzione del personale.
Dall’altro, Nicholas Sarkozy non ha saputo mettere sul piatto niente di meglio che la proposta, dal chiaro sapore elettoralistico, di generici aumenti di stipendio a favore dei pubblici dipendenti – in particolare per le forze di sicurezza – totalmente slegati da distinzioni meritocratiche.

Due demagogie allo specchio, verrebbe da dire, pericolosamente simili a quelle “promesse” che si dimenticano non appena vengono aperte le urne. Con l’aggravante, però, che arrivano da un Paese che vanta una tradizione di grande qualità della sua pubblica amministrazione, come dimostra la secolare storia dell’Ena, l’Alta scuola di formazione dei funzionari.

Ma se in Francia il livello del dibattito è così povero, in Italia, dove la pubblica amministrazione impallidisce a confronto con quella d’oltralpe, non siamo certo messi meglio.
A febbraio, nel famoso memorandum sul pubblico impiego firmato da governo e parti sociali, erano comparse le meravigliose formule “valutazione dell’efficienza”, “riconoscimento del merito”, e “controllo della produttività individuale”, che facevano ben sperare su una svolta per le amministrazioni centrali e locali, che costano allo Stato 155 miliardi l’anno a fronte di 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici (quasi 45 mila euro a testa). In più, dopo l’accordo tra governo e sindacati sull’aumento mensile di 101 euro lordi, l’Esecutivo aveva fatto sapere che il contratto integrativo del Tesoro sulle risorse destinate all’incentivazione della produttività tra i dipendenti del ministero – pari a circa due mensilità – avrebbe seguito la strada di quella “rivoluzione meritocratica” annunciata in pompa magna da Padoa-Schioppa.

Ma, come hanno ben spiegato Tito Boeri e Pietro Ichino, ben il 70% delle risorse verrà assegnato sulla base della semplice presenza in ufficio. Una nuova concezione di “reddito di cittadinanza”, però ad uso e consumo soltanto degli statali, anche di quelli in permesso per attività sindacale. Non solo: il restante 30% del premio verrà ripartito sulla base di punteggi forniti dagli uffici dove i dipendenti prestano servizio, senza alcuna verifica esterna, e – udite udite – persino a chi è stato sanzionato per reati commessi sul posto di lavoro. Come dire, basta timbrare il cartellino, per meritarsi un bel premio. E se questo è l’accordo per i dipendenti del Tesoro, gli altri perchè dovrebbero chiedere di meno?

Una seria riforma della Pubblica Amministrazione, invece, non può prescindere dalla riduzione dei livelli istituzionali. Perché se si guardano le statistiche sul “fannullonismo militante”, che parlano di un tasso di assenza del 13,4% nella media-grande impresa e del 20,1% nel pubblico impiego, si capisce che il problema è appannaggio dell’amministrazione centrale tanto quanto di quella locale. E, ad onta dei pregiudizi su Nord e Sud, è un’abitudine assolutamente nazionale, visto che la classifica sulle giornate medie di assenza tra i dipendenti dei Comuni capoluogo vede in testa Bolzano seguita da La Spezia e Reggio Emilia, mentre in quella dei giorni medi di malattia “primeggiano” Vibo Valentia, Cosenza e Nuoro. Ecco quindi che una semplificazione dei 120 livelli istituzionali e dunque una riduzione dei 9mila enti territoriali che il nostro confuso federalismo ci ha regalato, porterebbe, oltre allo snellimento dei processi decisionali, anche un forte taglio degli organici e una migliore riallocazione territoriale e di settore.

Al di là del blocco del turn over, prima o poi bisognerà trovare il coraggio di superare il tabù dei licenziamenti del surplus di forza lavoro. A fronte dei quali dovrà esserci il rafforzamento degli organici di alcuni settori più esposti a urgenze, a cominciare da quello della sicurezza dove, tra il controllo delle aree metropolitane e il recupero delle zone del Mezzogiorno in mano alla criminalità organizzata, c’è bisogno di investire in risorse umane (più uomini e meglio pagati) e mezzi. Magari facendo cadere anche qui un altro tabù all’italiana, quello della razionalizzazione delle polizie, visto che cinque forze nazionali e due locali, con competenze spesso sovrapposte, rappresentano uno spreco inutile.
Insomma, in Italia come in Francia bisogna partire dalla Pubblica Amministrazione per sfoltire quei privilegi che oggi rappresentano costi insostenibili. Con buona pace dei sindacati.

Pubblicato su Il Foglio di venerdi 4 maggio

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