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Il tavolo fra Governo e parti sociali

Se la concertazione è finzione

Contraddizioni sia nel sindacato che nell’esecutivo. Il risultato? Un dialogo fra sordi

di Enrico Cisnetto - 02 aprile 2007

Un tavolo virtuale. La concertazione su sviluppo e welfare inaugurata la scorsa settimana tra governo e parti sociali è partita subito con il piede sbagliato. Da un lato, ha affrontato le tematiche più disparate – dal rilancio del Mezzogiorno al mercato del lavoro, dalle infrastrutture all’indennità di disoccupazione – quasi si compilasse una lista della spesa, tanto lunga quanto poco concreta, e senza considerare che già un anno di legislatura se n’è andato inutilmente. Dall’altro, ha dato l’idea – con il ministro Damiano che ha dichiarato di voler affrontare prima le tutele del lavoro, e solo successivamente il ben più controverso tema della previdenza – di voler partire con un profilo talmente basso da rendere difficile immaginare che alla fine se ne caverà qualcosa di buono.

Peraltro, già l’impostazione di fondo ha avuto un sapore di deja-vu piuttosto marcato, con il Meridione in primo piano, come se di “tavoli” per il Sud non se ne fossero fatti già abbastanza senza mai cavare un ragno dal buco, e con il governo (per bocca di D’Antoni) che “auspica” una crescita del pil meridionale al 5-6% con la stessa leggerezza con cui nei giorni scorsi si è evocato il 3% come target nazionale. Rischiando di svilire anche idee apprezzabili, come quelle di proporre all’Unione Europea una decina di zone franche nel Sud dove sperimentare la fiscalità di vantaggio (che comunque sconta la contrarietà di Bruxelles a questo tipo di incentivi). Così come sono positivi i richiami agli strumenti del welfare europeo come l’indennità di disoccupazione, i contratti di solidarietà, la cassa integrazione autofinanziata e il sostegno al reddito per il lavoro discontinuo e temporaneo, visto che rappresentano il naturale e necessario completamento della riforma Biagi.

Ma i problemi di fondo di questo come di qualunque tavolo concertativo sono altri. In primo luogo, sulla riforma del sistema previdenziale tutto il sindacato – questa volta sorda non è solo la Cgil, ma pure Cisl e Uil – ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di discutere della revisione dei coefficienti, anche se l’ipotesi di uno scambio con l’innalzamento dell’età pensionabile potrebbe far decollare la trattativa. E pensare che proprio ieri l’Inps ha fatto sapere che nel 2006 le pensioni di anzianità liquidate sono state oltre 193mila, il 33,6% in più rispetto all’anno precedente. Un dato che avrebbe dovuto per lo meno allarmare. Invece, il ministro Damiano ha indicato chiaramente tra le priorità da raggiungere l’aumento delle pensioni più basse, senza però dire chiaramente che il sistema è insostenibile.

In secondo luogo, è difficile concertare quando tutte le corporazioni si sono lanciate in una ridicola “caccia al tesoretto” fiscale, buttandosi all’assalto di una ricchezza che non c’è, visto che i conti pubblici sono ben lungi dall’essere stati sistemati. Nel 2006, infatti, la spesa totale è ormai arrivata alla quota record di 50,5% sul pil, mentre il rapporto deficit-pil è al 2,4% solo al netto delle una-tantum. E quindi, di quei 10 miliardi di extra gettito al di fuori delle compatibilità di bilancio, almeno 7,5 vanno alla correzione del deficit. Non a caso, quindi, Renata Polverini dell’Ugl ha lamentato che al tavolo non si è parlato delle risorse finanziarie necessarie per realizzare le diverse proposte. Perché se il governo cercherà di accontentare tutti con i 2,5 miliardi rimasti, la distribuzione “a pioggia” finirà per rivelarsi totalmente inutile, e si saranno sprecate per l’ennesima volta risorse che invece si potrebbero investire in un progetto-paese.

In terzo luogo, il dialogo tra sordi non è solo tra governo e parti sociali, ma anche all’interno dello stesso esecutivo, dove le spinte contrapposte tra il partito della spesa e quello del risparmio porteranno a una mediazione sempre più al ribasso. Ma soprattutto: ormai tutti sanno che oggi qualsiasi trattativa rappresenta solamente una rappresentazione scenica, essendo la situazione politica talmente instabile da non permettere di avere quell’orizzonte temporale necessario al “gioco dello scambio”. Già, i tavoli hanno bisogno di gambe solide su cui poggiare.

Pubblicato su Il Gazzettino del 30 marzo

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