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L'assoluzione di Antonio Fazio

Se il fatto non sussiste

Sono passati 8 anni. Il mondo è cambiato. E i danni dell'ennesima vicenda giudiziaria tafazzista non saranno rimborsati

di Enrico Cisnetto - 13 dicembre 2013

Sono passati otto anni. Non c’era la crisi, non c’era Obama, non c’era Napolitano, né Renzi, Monti o Grillo: era un’epoca diversa quando Antonio Fazio era il governatore della Banca d’Italia. Ma certo tafazzismo italico già la faceva da padrone. Nell’estate del 2005 una cordata guidata dalla Unipol di Giovanni Consorte tentò di scalare la Bnl bloccando un’opa del Banco di Bilbao.

Le scalate sono operazioni legittime nel mondo della finanza, in cui si cercano alleanze e ci si da battaglia, e quella venne bel accolta da Palazzo Koch perché aveva lo scopo di creare una banca italiana integrata al mondo della cooperazione, impegnata a fornire il credito a imprese che puntano a massimizzare il lavoro prima del profitto e distante dagli estremi della turbo-finanza. Ma arrivò l’intervento della magistratura: l’operazione saltò, Antonio Fazio si dimise da Bankitalia dopo 45 anni di straordinario servizio, i francesi di Bnp-Paribas si comprarono la Bnl e l’istituto di riferimento per l’economia cooperativa in Italia non nacque mai. Tanto che, dopo la crisi finanziaria, oggi il credito alle imprese langue, le banche sono additate come colpevoli e le cooperative sono spesso costrette a rivolgersi altrove. Un’occasione persa e Fazio – come sostiene il suo legale – ha dato le dimissioni per niente. E anche se Fazio dice “nessun rimpianto”, in ogni caso per l’Italia, il rimpianto c’è, eccome.

Perché quello di Fazio è solo l’ennesimo caso di inchieste giudiziarie lanciate con la grancassa dei tamburi, dove anche grazie al circuito dei media un’indagine diventa una prova di colpevolezza agli occhi dell’opinione pubblica, salvo poi scoprire dopo anni, come in questo caso, che “il fatto non sussiste”. Oltre alla privazione della libertà personale e alla pubblica gogna di una persona che si dimostra poi innocente, il problema di questo caso, come di molti altri (Guargaglini e le commesse Finmeccanica in India, Scaroni e la vicenda Saipem in Algeria, Scaglia e tanti altri) è che nessuno paga per marchiani errori colposi (quando non dolosi) che non colpiscono solo il singolo, ma l’Italia intera.

Gli effetti immediati di un’inchiesta giudiziaria, infatti, oltre ad avere terribili effetti individuali, indeboliscono eccellenze nazionali, lasciano il Paese preda di interessi stranieri e inaspriscono il già screditato dibattito pubblico. E spesso si rivelano una bolla si sapone. Si possono inventare tutti i complotti finanziari di oscure e temibili Spectre internazionali, ma la verità è che lo schiaffo arriva a chi se lo fa dare. E in questo caso la faccia schiaffeggiata è quella dell’Italia.

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