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Quando il federalismo sfocia in secessionismo

Se il Belgio si divide l’Italia esplode

Bisogna far di tutto per evitare che l’Italia torni ad essere “un’espressione geografica”

di Donato Speroni - 26 settembre 2007

La possibile secessione del Belgio rende più probabile anche una divisione dell’Italia. Non è una prospettiva auspicabile, anzi, sarebbe un disastro per molte regioni. Ma è tecnicamente più facile, oggi, sotto l’ombrello di Bruxelles e della moneta unica. E la voglia di divorzio potrebbe rafforzarsi anche tra gli imprenditori, perché oggi in economia non è più tanto importante disporre di un mercato unico nazionale, quanto piuttosto rispondere con un governo efficiente alle sfide della globalizzazione e all’aggressivo nazionalismo economico dei nuovi Paesi. “I Paesi non sono eterni, a volte è giusto che si riconosca che hanno fatto il loro tempo”, ha scritto l’Economist a proposito del Belgio. Della divisione tra Valloni e Fiamminghi (più il distretto “europeo” di Bruxelles) si parla ancora poco sulla stampa italiana, anche se qualcuno ha segnalato il pericolo, vedi per esempio il Giornale. Ma in Europa è il tema del momento e l’Express suggerisce paradossalmente di vendere il Belgio all’asta su e Bay.

La prospettiva della disgregazione di quelli che una volta consideravamo gli Stati nazionali europei, ma che in realtà aggregano nazionalità, etnie, culture, interessi diversi, sarebbe stata fantapolitica quindici anni fa (vi ricordate quando sfottevamo la Lega ridendo su una falsa mappa con l’Italia divisa in Padania e Terronia?) ma sta diventano attualissima oggi. I precedenti cominciano a diventare numerosi. Non solo il dramma della ex Yugoslavia, ormai divisa in sei Stati che probabilmente diventeranno sette, non solo la dissoluzione dell’Urss che ha anche messo in moto un processo di disgregazione all’interno dei nuovi Stati (ho scoperto solo ieri l’esistenza della Transnistria); la voglia di trasformare il federalismo in indipendenza serpeggia in molte aree d’Europa. L’esempio della Repubblica ceca e della Slovacchia dimostra che il processo può svolgersi senza grandi drammi, anzi che è meglio che avvenga prima che qualcuno ricorra alle armi. Paradossalmente, l’ombrello europeo rende tutto questo molto più facile. Non c’è bisogno di inventarsi una moneta, grazie all’euro, né di attrezzare nuovi varchi doganali. Merci e capitali girano già abbastanza liberamente. Anche al quadro legislativo è garantita una certa omogeneità grazie ai burocrati di Bruxelles. La secessione diventa allora una questione eminentemente di politica di bilancio e di gestione dei servizi per i cittadini; ognuno si tiene i suoi soldi pubblici, tranne quanto si ridistribuisce attraverso le istituzioni europee; ognuno sceglie quanto tassare e le priorità nella spesa; quanto dedicare per esempio alle carceri rispetto agli ospedali.

Bisogna aggiungere, anche se può sembrare un ulteriore paradosso, che questo processo avviene in un momento in cui gli Stati indipendenti stanno ridiventando molto importanti, soprattutto sul piano economico (*). Ma proprio per questo devono essere omogenei. Le istituzioni globali, dal Fondo monetario al Wto, non contano più nulla; semmai si ritorna ad intese bilaterali o multilaterali d’area geografica gestiti dagli Stati. I nuovi Paesi in crescita, dalla Cina all’India. sono decisi a usare tutti gli strumenti politici per affermarsi nell’economia mondiale. Anche i fondi sovrani, nuovi strumenti d’investimento gestiti da alcuni Paesi in via di sviluppo grazie ai surplus di bilancio, stanno favorendo nei paesi industrializzati politiche nazionali di difesa delle proprie strutture produttive (e quindi un abbandono del liberismo duro e puro) per non passare dal “made in China” all’”owned by China”. Un tempo si diceva che gli interessi economici avrebbero bloccato qualsiasi rischio di secessione per salvaguardare l’esistenza di un unico mercato nazionale. Oggi non è più così importante, anzi. La globalizzazione impone di accelerare le riforme per essere competitivi; le grandi sfide di questo secolo, dai cambiamenti di clima alle migrazioni, dalle politiche energetiche alle difficoltà strutturali del dollaro, richiedono governi forti ed efficienti. Altrimenti aumentano le spinte centrifughe. Ma un governo può essere forte ed efficiente solo se nel Paese esiste un consenso di fondo e la capacità di esprimerlo attraverso il sistema politico.

L’Italia non ha né l’una né l’altra di queste caratteristiche. Sul sistema politico stendiamo un velo pietoso: siamo costretti a sperare in un referendum un po’ folle pur di cambiare qualcosa. E sull’omogeneità dei valori, degli stili di vita, dei comportamenti, senza fare tante citazioni rimandiamo alle belle trasmissioni televisive e ai libri che documentano come il Nord e il Sud si stanno divaricando ancora di più. Del resto i dati statistici ci dicono che l’Italia è l’unico Paese europeo dove il divario tra regioni ricche e regioni povere in termini economici e sociali sta aumentando anziché diminuire. I politici col naso più fino queste cose cominciano a capirle e credo che ciò spieghi il cambio di tono di Umberto Bossi che è tornato a parlare di secessione, ma al tempo stesso cerca di intavolare una trattativa con Roma. Ma anche se i fucili più volte minacciati restassero solo metaforici, la secessione italiana non sarebbe comunque un processo indolore e per questo si dovrà fare di tutto (di tutto, s’intende, tranne il suicidio collettivo) perché non avvenga. In una divisione i prezzi sarebbero altissimi. E’ vero che la Repubblica del Nord diventerà una delle zone più ricche d’Europa, ma la Repubblica del Sud partirà con una zavorra spaventosa in termini di clientelismo e malavita, oltre che con notevoli sacche di povertà e mancanza di lavoro. Forse di Italie a quel punto ne nascerebbero almeno tre, perché è probabile che le regioni del centro non sarebbero disposte né ad andare con una Padania nella quale almeno all’inizio i seguaci di Bossi e della Brambilla la farebbero da vittoriosi padroni, né con una Terronia al fondo della scala europea in tutte le classifiche economiche e sociali.

Non so che cosa accadrà, in questo Paese sempre più disomogeneo, ma la storia procede per salti. Nessuno era in grado di prevedere le conseguenze della morte di Tito e della caduta del Muro, anche se c’era chi presagì il collasso. Anche la caduta della Prima repubblica si consumò nel giro di pochi incredibili anni. Se non si cambia in fretta, la dissoluzione della Seconda rischia di essere ricordata sui libri di storia non solo perché una casta politica sarà mandata a quel paese (con la p minuscola), ma perché l’Italia ridiventerà “soltanto un’espressione geografica”, come diceva forse giustamente Klemens Von Metternich.

(*) Di grande interesse, a questo proposito, il dibattito coordinato da Roberto Ippolito sul libro di Mario Baldassarri e Pasquale Capretta “The world economy toward global disequilibrium” promosso da Economia Reale. Jean Paul Fitoussi, Marcello De Cecco, Paolo Guerrieri, Gustavo Piga e Paolo Savona si sono trovati d’accordo nel diagnosticare il rinascente nazionalismo economico e nel lamentare l’impotenza dell’Unione europea nell’attuale configurazione: un’impotenza che si spera un giorno di superare, ma che intanto rafforza il bisogno di efficienti Stati nazionali. Pubblicato su

http://blog.donatosperoni.it/

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario