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Riflessioni da “Cortina, Cultura e Natura”/2

Se gli industriali leggessero Beffa

Gli imprenditori italiani hanno le stesse colpe dei politici della Seconda Repubblica

di Enrico Cisnetto - 06 settembre 2005

Beati i francesi. Loro, almeno, i “campioni nazionali strategici” da difendere ce li hanno, e senza ipocrisie hanno deciso di sottrarli alle possibili scalate altrui, europei compresi. Noi, invece, discutiamo da anni sul nostro (presunto) tasso di liberalismo, e non ci siamo accorti che il declino ci ha decimato i grandi gruppi industriali e terziari, tanto che ormai, a parte qualche banca, la Telecom, la Finmeccanica, Eni ed Enel, sarebbe perfino ridicolo alzare le barriere. Avevo promesso, chiudendo la rubrica dedicata all’ormai prossima fine della Seconda Repubblica nella sua versione politica ma anche in quella economica, di proseguire il discorso con alcune proposte. E la decisione di Parigi, per quanto abbia subito suscitato la sdegnata reazione della folta pattuglia dei “liberali scolastici” nostrani, rappresenta proprio il punto da cui partire. Perché la decisione del governo francese non è un banale gesto protezionistico, ma rappresenta il compimento di un’intelligente politica industriale. Allora, vediamo cosa hanno fatto i francesi e come possiamo copiarli.

Intanto Parigi ha capito una cosa semplice ma da noi “politicamente scorretta”: che l’integrazione europea non esiste – nel senso che l’euro era una condizione necessaria ma non sufficiente – e che per realizzarla non basta la buona volontà unilaterale delle singole cancellerie, ma occorre un governo europeo eletto direttamente dai cittadini che riduca a federali gli attuali stati. In mancanza, non continuare a perseguire gli interessi nazionali in nome di un inesistente “interesse europeo” è un errore imperdonabile. Inoltre i francesi non hanno chiuso gli occhi di fronte al declino, tanto che per vincere la sfida della globalizzazione hanno deciso di riconvertire la loro economia. Come? Hanno chiamato il patron della Saint Gobain, Jean-Louis Beffa, e gli hanno chiesto un censimento sull’apparato produttivo transalpino, da cui è discesa una selezione di 67 “poli d’eccellenza” (di cui 15 internazionali) affidati al coordinamento di due agenzie nazionali, una per la ricerca e l’altra per l’innovazione industriale. Andandoci a curiosare dentro scoprirete che i centri di competitività francesi realizzano sei obiettivi: scegliere su quali settori puntare; convertire chi opera nel manifatturiero non più competitivo (settori tradizionali); mettere in rete le imprese più piccole, in una logica che non è solo quella del distretto territoriale; tamponare l’emorragia delle delocalizzazioni; ridurre il gap tecnologico con i Paesi più avanzati; allenarsi per vincere la corsa alla creazione di “campioni europei” che prima o poi Eurolandia dovrà pur indire. Altro che le nostre 124 agenzie per la promozione del territorio, figlie e madri del micidiale binomio localismo-nanismo.

Si dirà: grazie, ma in Francia è lo Stato che decide queste politiche. Vero, e la settimana scorsa abbiamo sottolineato che dal bipolarismo all’italiana non c’è da aspettarsi nulla in termini di capacità progettuale, tantomeno se deve essere condivisa. Ma va pur detto che anche gli imprenditori italiani, al contrario dei loro colleghi francesi che si sono ben guardati dal considerare statalista il progetto Beffa, sbagliano: da anni si sono “sbronzati” abbeverandosi all’idea che la politica industriale è sinonimo di dirigismo, e che lo Stato deve astenersi da ogni scelta, salvo limitarsi a far funzionare bene il mercato. E quando parlano di sostegni, o credono che basti intervenire sulla domanda interna (Confcommercio), o nel migliore dei casi s’illudono che migliorare l’offerta significhi minor costo del lavoro e meno tasse (Confindustria). No, era così fino a qualche anno fa, ma oggi il “fattore Asia” richiede un nuovo modello di specializzazione, senza il quale più flessibilità, più formazione, più infrastrutture e meno costi – pur importanti – finirebbero solo per procrastinare i tempi della decadenza. Ed è suicida (anche se comprensibile) la tendenza a difendere l’esistente, immaginando che dazi e guerre commerciali possano rimettere in riga i parametri della competizione mondiale.

Dunque, io i francesi li ammiro e li invidio. Ma in Italia a chi si può consigliare un corso accelerato di politica industriale in lingua francese? Non al governo, che continua a negare il declino. Non all’opposizione, che ha non meno della maggioranza la testa nelle urne, ma è ancora priva di uno straccio di programma. Probabilmente, gli unici a cui vale la pena di rivolgersi sono gli industriali: studiatevi il rapporto Beffa, e da settembre “fate politica” partendo da lì.

Pubblicato sul Foglio del 2 settembre 2005

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