ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Se Dubai piange, Atene certamente non ride

Più trasparenza, riforme strutturali, raccordi internazionali

Se Dubai piange, Atene certamente non ride

E’ il momento in cui tutte le istituzioni interessate, greche, europee e internazionali, facciano la propria parte

di Angelo De Mattia - 14 dicembre 2009

Se Dubai, con il rischio di dover prevedere una moratoria dei debiti di altre cinque società, piange, certamente Atene non ride. Non è la sindrome argentina quella che quest’ultima sta vivendo. Ne dovrebbe essere ancora lontana, ma più i giorni passano, più si accentua la necessità di adottare misure concrete per prevenire il materializzarsi di un rischio sovrano. La vecchia massima “principiis obsta”, ripara in principio, in casi del genere è più che mai valida. Si è tardato sulle prime a imboccare con determinazione, da parte sia del governo greco, sia dell’Europa, la strada almeno del preannuncio di provvedimenti, rispettivamente, drastici e di sostegno. Ieri,il ministro delle finanze, Gorge Papaconstantinou, ha dichiarato che saranno prese tutte le misure necessarie per ridurre il deficit, per conseguire il consolidamento fiscale e per ripristinare la traiettoria del paese verso una crescita sostenibile.

Ha tenuto a negare, il ministro, che esista un rischio di default e che, quindi, vi sia bisogno di un sostegno, così come è accaduto per l’Ungheria, aggiungendo che la Grecia non ha bisogno di un salvatore. Ma gli interventi non sarebbero imminenti, essendo previsto che solo a gennaio i provvedimenti progettati, dopo la discussione in Parlamento, saranno presentati alla Commissione europea. Martedì, il commissario europeo, Joaquin Almunia, aveva dichiarato che un problema che riguarda un paese partecipante all’Eurosistema è un problema dell’intera eurozona e che la Commissione è pronta ad assistere il governo ellenico per la realizzazione di un programma di risanamento e di riforme. Ora, però, dalle dichiarazioni bisogna passare alla concreta, tempestiva attuazione, in presenza di un deficit che viaggia verso il 13 per cento del Pil e un debito che si appresta a raggiungere il 130 per cento del prodotto.

La prima misura è l’effettuazione di un’operazione di massima trasparenza sullo stato dei conti pubblici, che sarebbero stati oggetto di manipolazione da parte del precedente governo. Occorre, subito, una due diligence, magari con la presenza, di esperti internazionali. Fino a quando resterà il dubbio sulla reale consistenza del disavanzo, anche le misure di risanamento non avranno la credibilità che è necessaria nelle attuali condizioni.

Non bisogna temere la verità, per l’ipotesi che il deficit sia maggiore e per i contraccolpi che ciò potrebbe avere sui mercati, se si è determinati a varare, contemporaneamente, un pacchetto di misure di sostanziale risanamento. Il governo in carica dovrebbe avere tutto l’interesse a una operazione della specie, anche perché le asserite manipolazioni sarebbero avvenute, salvo prova contraria, nella passata legislatura. Ma l’esigenza della massima trasparenza deve essere soddisfatta subito; non c’è ragione di attendere la programmata presentazione delle misure alla Commissione europea.

Nel 1993, l’Italia realizzò una manovra di oltre novantamila miliardi per fronteggiare una situazione di grave emergenza che, muovendo dalla precarietà dei conti pubblici e dal dissesto di enti pubblici economici e di imprese, si caratterizzava per la messa in discussione della stabilità monetaria e finanziaria con il crollo della lira, la fortissima perdita di riserve, i gravi rischi per i risparmi, etc. Le decisioni, di carattere straordinario, furono tempestive e trasparenti; risultarono in grado di salvare la finanza pubblica,l’economia, il Paese intero. Non si indugiò: rapidità e drasticità delle misure furono la carta vincente, almeno per quel momento nel quale occorreva fronteggiare una crisi eccezionale.

Affrontare una situazione, come quella greca, solo sul piano comunicazionale, con il preannuncio di decisioni anche importanti, è troppo poco. Soprattutto se si tiene presente quel rischio al quale ha fatto riferimento in generale, non con specifico riguardo alla situazione greca, Mario Draghi, quale Presidente del Financial Stability Board, concernente l’impatto sul debito pubblico e privato di un eventuale futuro innalzamento dei tassi di interesse.

Già ora, comunque, sarebbe opportuno realizzare una cintura protettiva per le banche greche, per quel che concerne il fabbisogno di liquidità, che tuttavia, allo stato attuale, non sarebbe considerata carente. Va, insomma, evitato un avvitamento tra crisi della finanza pubblica, difficoltà bancarie e gravi tensioni sociali, queste ultime scoppiate negli ultimi giorni anche con manifestazioni di piazza.

Dal canto suo, sarà opportuno che la Bce dimostri di essere in grado di fare tutto quanto è in suo potere per concorrere a evitare un tracollo della situazione greca, smentendo, in tal modo, alcune azzardate affermazioni ,su ciò che potrà fare l’Istituto di Francoforte, di un esponente di Fitch, che martedì ha tagliato il rating della penisola ellenica e ieri ha declassato il rating del gruppo Fortis per la sua esposizione sul mercato obbligazionario greco.

Se, per esempio, non è possibile un sostegno, da parte della Bce, dei titoli pubblici all’emissione, perché in contrasto con il Trattato Ce, altra cosa sono gli interventi sul mercato secondario che, però, se non accompagnati, o meglio se non preceduti, da un programma di riforme strutturali, che affrontino adeguatamente i problemi della spesa pubblica e dell’entrata, non conseguirebbero certamente gli effetti sperati. Ieri, comunque, Trichet ha dichiarato che la situazione della Grecia è molto, molto difficile.

Ma la Comunità europea non deve necessariamente stare in una posizione di mera attesa delle decisioni che il governo ellenico riterrà di adottare. L’art. 100 del Trattato dà la possibilità al Consiglio europeo di stabilire in circostanze della specie, con l’adozione di determinate procedure, misure adeguate alla situazione economica, così come di deliberare di concedere, a specifiche condizioni, un’assistenza finanziaria.

In effetti, si tratta di impedire che la crisi greca danneggi la moneta unica: dunque, vi è un interesse della Grecia a risolvere efficacemente i propri problemi, ma vi è anche un interesse, non postergabile, anzi azionabile anche nell’inerzia della stessa Grecia, dell’Eurosistema (come traspare anche dalla ricordata dichiarazione di Almunia) a che l’euro non subisca scossoni.

La moneta unica, come libertà in conio, non può essere coartata dalle gravi difficoltà di un paese, come nel caso in questione. Naturalmente, appartengono alla fantafinanza le ipotesi da ritenere di terzo grado , qua e là formulate, su quel che accadrebbe per una eventuale uscita della Grecia dall’euro.

Trasparenza somma, riforme strutturali, raccordi internazionali relativamente alla situazione degli istituti di credito, attivazione di iniziativa della Commissione europea per le misure adottabili in base al Trattato sono i fattori sui quali occorrerebbe far leva tempestivamente per prevenire l’avvitamento della crisi greca, che diversamente potrebbe, alla lunga, innescare un effetto domino su quei Paesi che hanno, anche essi sia pure in grado diverso, problemi di finanza pubblica. E’ il momento in cui tutte le istituzioni interessate, greche, europee e internazionali, debbono fare la propria parte. Non si tratta di enfatizzare la situazione e i rischi connessi, tanto meno di drammatizzarla, bensì di agire con appropriatezza e immediatezza.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario