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Dove va la politica estera italiana?

Se D’Alema fa il passacarte

Sugli esteri i moderati rischiano l’irrilevanza politica. Specie se legittimano terroristi

di Cesare Greco - 23 marzo 2007

Massimo D’Alema, il nostro Ministro degli Affari Esteri, ha fatto solo il passacarte. Non si è piegato a trattare con dei terroristi oggettivamente responsabili del più atroce attentato di tutti i tempi, quello alle twin towers, e quindi non si comprende l’irritazione dei nostri alleati americani, inglesi, tedeschi o olandesi. Lo ha dichiarato lui stesso (copio da Repubblica on line): «Noi non abbiamo trattato con nessuno, ma attraverso un"associazione umanitaria abbiamo ricevuto una lista di persone, né abbiamo liberato nessuno, perché non erano nostri prigionieri, ma abbiamo trasmesso la lista al governo afgano, che ha ritenuto queste persone non così pericolose da non essere liberate».

Per conseguire il risultato della liberazione di Mastrogiacomo, la Farnesina, i Servizi, i Comandi Militari presenti sul territorio afgano, non si sono minimamente interessati al problema ma hanno fatto da tramite, da passacarte appunto. Ci si è affidati ad una nuova, originale, forma di diplomazia, destinata senz’altro a finire sui manuali di scienza della politica. Quella che il Presidente della Camera, la terza carica dello Stato, l’On. Fausto Bertinotti, ha definito, con manifesta soddisfazione, diplomazia dei movimenti. D’altra parte la vera forza del governo di centro sinistra, la sua rappresentanza operativa, si basa proprio sull’appoggio, e quindi sulla linea politica, dei movimenti, dai no global ai pacifisti senza se e senza ma, che in questi anni hanno saputo assumere il ruolo di punta di lancia della sinistra radicale. Rovesciando il ragionamento, si può dire che la sinistra radicale, interprete in parlamento della linea di politica internazionale portata avanti dai suddetti movimenti, è riuscita ad imporre l’agenda di governo andando molto vicini a scardinare il sistema di alleanze tradizionali del nostro Paese. Questo fatto crea evidentemente un problema per le altre componenti, quelle moderate, dello stesso centro sinistra, sicuramente maggioritarie in percentuali di voti ma assolutamente incapaci di reagire alla efficace aggressività del ricatto di comunisti italiani, rifondaroli e verdi che sfruttano con cinica abilità il timore dei loro alleati di perdere il governo del Paese. E il problema maggiore per queste componenti sta nel fatto che la costante perdita di consenso del centro sinistra, registrato da tutti i sondaggi senza eccezioni, riguarda essenzialmente la loro base elettorale, moderata e filooccidentale, che assiste alla totale paralisi dei propri partiti di riferimento.

L’opposto avviene per gli schieramenti di estrema sinistra, i cui elettori, tradizionalmente e acriticamente contrari a tutto ciò che appartiene ai valori dell’occidente e conseguentemente alleati di tutto ciò che a questi valori si contrappone, vedono soddisfatte le proprie aspettative, assurgendo nelle parole di Bertinotti, non come rappresentanza parlamentare e di governo, ma come movimenti di piazza, a soggetto politico autorizzato a rappresentare l’Italia sullo scenario internazionale.

Il risultato è un graduale isolamento rispetto ai tradizionali alleati e un avvicinamento di fatto a tutti i terrorismi e a quegli oppressivi regimi che i terroristi proteggono e finanziano. Il nocciolo del problema non è se sia corretto o meno trattare la liberazione di un proprio concittadino acconsentendo a favorire, se non a chiedere con adeguate pressioni, come contropartita la liberazione di pericolosi terroristi. E’ noto come al fine di ottenere la liberazione dei propri concittadini rapiti, Israele acconsente di regola a scambiare prigionieri anche in rapporto di cento a uno, ma nessuno si sognerebbe di accusare Israele di cedimenti nei confronti del terrorismo o di seguire una politica contraria agli interessi propri e dei propri alleati. Il problema dunque è che tutto è ammissibile se inquadrato in una politica coerente e conseguente. Trattare certamente si può e si deve, ma nell’ambito di una politica e di un impegno internazionale affidabile e di reale collaborazione con gli alleati, soprattutto quando esplicitamente richiesto nei momenti di maggiore e più rischioso impegno sul campo. Ciò che non si può fare è cedere ai ricatti, auspicare la legittimazione dei ricattatori come soggetto politico a scapito dei governi amici che li combattono, mantenere una posizione sul campo defilata e ambigua, di chi c’è ma fino a un certo punto, e pretendere anche la comprensione e la fiducia degli alleati.

La deriva della politica estera del centro-sinistra appare dunque pericolosa per gli interessi nazionali, oltre che francamente imbarazzante per l’immagine che propone di un’Italietta astuta e inaffidabile, tremebonda e ammiccante verso talebani e qaedisti, ipocrita verso gli alleati. Questa linea non piace a buona parte dei moderati dell’Ulivo e rischia di far pagare solo a loro il prezzo politico dell’abbraccio elettorale con la sinistra radicale. E’ un risultato che non solo i Rutelli, i Parisi, i Bianco non possono permettersi, ma che il Paese non può permettersi. Il Paese ha bisogno, per uscire dalla crisi di credibilità in cui è precipitato anche agli occhi dei suoi stessi cittadini, di una politica che ridia serietà e affidabilità all’immagine dell’Italia e rinnovi, in accordo stretto con le esigenze di tutto il campo democratico occidentale, l’impegno sui diversi fronti internazionali. Ma una politica di questo genere non può basarsi sulla speranza di occasionali soccorsi parlamentari.

Per portare avanti credibilmente e efficacemente una politica di questo genere, bisogna prendere coscienza che occorre liberarsi dai ricatti delle minoranze estreme attraverso una coraggiosa azione condivisa che solo un governo di larghe intese tra i moderati dei due poli può garantire. Da una parte e dall’altra, i moderati, che non devono dimenticare di rappresentare il 70% degli elettori, devono liberarsi delle proprie paure e prendere coscienza che non vi possono essere alternative alla loro stessa sopravvivenza politica. Moderati nella politica, ma non nell’iniziativa. Il rischio reale è, nei fatti, l’irrilevanza politica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario