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Dalla corporazione togata solo piagnistei

Scotto di una giustizia in bancarotta

È la peggiore d’Europa, ma la paghiamo più della migliore. E intanto la politica è imbelle

di Davide Giacalone - 25 ottobre 2006

Agostino Rocco si è sparato perché l’amministrazione della giustizia gli doveva una montagna di quattrini, noi tutti ci massacriamo, giorno dopo giorno, pagando il salatissimo prezzo di una giustizia in bancarotta. Lui, il titolare non pagato di un deposito per le auto sequestrate dall’autorità giudiziaria, creditore dello Stato, non ne poteva e non ce l’ha fatta più. Poveraccio. Ma poveracci siamo anche noi che paghiamo le tasse per finanziare la giustizia come e più degli altri Paesi europei, ricevendone in cambio uno schifo assoluto.
Spendiamo di più, abbiamo più magistrati, più personale amministrativo, ma anche i processi più lunghi, le indagini interminabili, la sistematica violazione di tutti i termini previsti dal nostro diritto. Abbiamo la peggiore giustizia d’Europa, ma la paghiamo più della migliore. Eppure non facciamo che sentire lamentele e piagnistei della corporazione togata: non ci sono i soldi per le macchine, non ci sono per le fotocopie, non ci sono per questo o per quello. Ma se non ci sono è segno che si buttano altrove, e prima di tutto nella retribuzione dei magistrati stessi. Proprio così, s’arrabbino pure: hanno carriera assicurata, ed anche da asini vanno avanti, hanno più ferie dei bambini dell’asilo, se andate in tribunale alle nove del mattino non sono arrivati, se ci andate nel pomeriggio sentite l’eco dei passi. Certo, tutte le colpe non sono loro, ci mancherebbe. Anzi, la colpa principale è di una politica imbelle ed irresponsabile che sta ad ascoltarli invece di occuparsi dell’unica cosa che conta: rendere giustizia ai singoli cittadini ed alla collettività. Invece tutti, sempre, come in queste ore, a parlare delle loro carriere e dei loro stipendi.
A proposito, risulta che per bloccare la riforma dell’ordinamento giudiziario e consentire al Parlamento di ucciderla definitivamente, una valanga di domande di trasferimento, on line, si sia abbattuta sul Csm, che già di suo lavora poco e male. Ecco, essendo documenti informatici risulta incontestabile l’ora di preparazione e di spedizione, se coincide con quella in cui gli interessati erano pagati per lavorare, li si denunci e si chieda loro indietro il danno all’erario. Non mi spaventa il loro potere, e credo ancora che la giustizia debba essere uguale per tutti.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 25 ottobre 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario