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Il futuro del capitalismo italiano

Scontro tra razze

Nella lite Montezemolo-Ricucci, c’è tutto il dramma di un Paese che non sa più investire

di Alessandro Marchetti - 28 giugno 2005

C’è da ridere ultimamente, scorrendo le pagine dei quotidiani italiani.
Succede che anche sui temi più seri e sui fronti più delicati, come il dilemma sul futuro dell’imprenditoria italiana, si offrono “teatrini” buoni solo per il gossip da rotocalco.
Lo scenario farebbe pensare, a prima vista, ad un intreccio creato appositamente dalla penna graffiante di Giuseppe Turani, o dalla vena sarcastica di Stefano Cingolani: in realtà è accaduto davvero. Ovvero che a sfidarsi sono state proprio quella “razza padrona” di scuola montezemoliana (più o meno al completo) e la razza mattona del neo-palazzinaro Stefano Ricucci.
Scene mai viste che stanno esaltando le qualità istrioniche degli opinionisti italiani, in questo caso seriamente minacciati dai maghi del gossip come Francesco d’Agostino.
In fondo una vicenda del genere farebbe davvero sorridere, se non fosse che nasconde, nel bene e nel male, tutti i vizi del capitalismo italiano.
In breve l’ultima uscita pubblica dell’inquilino di Viale dell’Astronomia, avrebbe formalmente snobbato chi, come Ricucci, vuole ultimamente passare per un imprenditore quando la sua fortuna viene esclusivamente dalla compravendita immobiliare. Per le rime, la risposta del finanziere romano. Secondo Ricucci è Montezemolo che dovrebbe guardarsi attorno, dato che, a proposito di ricchezza, non sembra averne creata alcuna, tutt’al più bruciata.

Verrebbe da dire, ridere per non piangere.

L’osservatore attento non potrebbe non notare, come in questo esempio di farsa inglese c’è tutto il dramma di un Paese in preda ad un declino economico fisiologico.
Il risvolto tragico del bisticcio ci porta a riflettere sulle fortune di un personaggio che ad oggi controlla, con un gruppo da quasi due miliardi e mezzo di euro, il maggiore quotidiano italiano: successi finanziari ottenuti comprando attici e rivendendo cantine e così fino a più prestigiosi palazzi a Roma e a Milano. La sorte di chi, come Ricucci, ha scelto il business del mattone per lanciarsi nel gotha della finanza che conta è paradossalmente la stessa dell’investitore italiano medio. Un istinto che appartiene a tanti e tanti piccoli investitori che terrorizzati in primis dai crack eccellenti (Parmalat e Cirio), da una crescita economica prossima allo zero, da anni immettono massicce dosi di sfiducia nei mercati italiani, quella necessaria al Sistema Italia per piombare malamente in fase di recessione.
I Ricucci e i Statuto hanno di fatto portato alla ribalta, una sorta di via italiana al “sogno americano”: una via fatta esclusivamente di rendite e patrimoni, venduti e scambiati a peso d’oro. Un sistema che ha fatto la fortuna di pochi abili speculatori, bravi a muoversi fra i listini di Piazza Affari ma, soprattutto, ha garantito sicurezza e la stabilità patrimoniale a milioni di italiani, pronti ad invecchiare assieme alle loro case.
Fatta la radiografia, dunque, verrebbe da dire che è Montezemolo ad avere ragione, se non fosse che il dramma è in parte anche il suo.
Nella mente di chi se la prende con degli immobiliaristi dovrebbe esserci, grosso modo, la responsabilità di chi ha il compito di risollevare le sorti del capitalismo all’italiana.
Se non altro perché tra i due litiganti, Luca Cordero sarà pure il capo di un colosso industriale ma attualmente nel guardarsi alle spalle, fatta eccezione per un pugno di colleghi, non troverebbe che uno stuolo di imprenditori nani o medionani, magari giovani e intraprendenti, ma pur sempre nani.
Eppure visti i tempi che corrono è proprio su di loro che ricade l’ingrato compito di riscrivere un modello di sviluppo competitivo per il futuro del Paese.
L’ultimo in ordine di tempo che ha azzardato una prospettiva per rinnovare il Sistema-Italia è stato Gian Maria Gros Pietro: intervistato da Franco Locatelli sul Sole24ore, l’ex-presidente dell’Iri ha indicato alle piccole e medie italiane la strada che porta al modello svizzero.
Specializzazioni d’eccellenza, mercati di nicchia, il tutto supportato da una manodopera altamente qualificata. Un modello lontano dalle ambizioni tipiche di un Paese industriale, ma forse attendibile per recuperare un ingente deficit di competitività.

I toni di Gros Pietro tuttavia sembrerebbero far rialzare i toni del dibattito, proprio come accadde all`Italia quando lo sviluppo bisognava inventarselo a partire da un cumulo di macerie. Allora, negli anni cinquanta, c’erano gli imprenditori come Giovanni Falck a contendere ai grandi manager di Stato guidati da Mattei, ma anche da capitani d’industria come Vittorio Valletta, la regia della ricostruzione industriale. Da una parte la specializzazione mirata di pochi settori e una produzione basata su un artigianato d’eccellenza (proprio come auspicava Gros Pietro), dall’altra l’ambizione di fare dell’Italia un grande Paese industriale, grazie all’energia, alla chimica e al settore dell’auto.
La storia ha dato ragione a questi ultimi, visto il successo di un progetto-Paese che per oltre quarant’anni ha mantenuto gli italiani (sia pur facendo trionfare lo statalismo).
Ed ecco che, oggi, un brivido sinistro lega le due epoche: due fasi storiche per forza di cose cruciali per gli interessi e il futuro dell’Italia.
Tuttavia se la prima volta ci è andata bene, viene da pensare che gli attuali protagonisti di questa rincorsa tornino a litigare su chi di loro faccia più reddito, invece di pensare a crearne di nuovo nel modo migliore, che non sia quello di comprare attici e vender cantine.

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