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Chi si ferma è perduto

Sciopero sbagliato

Grave errore quello della Cgil: lo sciopero non andava fatto

di Enrico Cisnetto - 09 settembre 2011

“Quando si è sull’orlo dell’abisso bisogna fare un passo indietro”. Vero. Peccato, però, che chi lo ha detto abbia fatto un passo avanti. Mi riferisco a Susanna Camusso e allo sciopero indetto dalla Cgil per protestare contro la manovra del governo. Un’iniziativa non solo inutile, sia sul piano pratico che politico, ma dannosa, visto che, da un lato, è tornata a rompere il fronte sindacale appena ricomposto – proprio grazie ad un atto di coraggio del segretario della Cgil di cui le avevamo dato molto volentieri atto – e dall’altro, ha finito contribuire a dare dell’Italia l’idea di un paese del tutto ingovernabile, cioè proprio il contrario di quel “passo indietro” dal precipizio verso cui ci spingono i mercati, che si reclama. Proprio come è successo in Grecia: più ad Atene si manifestava la contrarietà a misure di risanamento e di rigore, e più il default (l’abisso) si avvicinava, a tutto danno proprio dei ceti che si voleva tutelare da misure impopolari. Non che non ci siano ragioni per protestare, sia chiaro.

Ce ne sono da vendere, di fronte allo spettacolo di una manovra che avrebbe dovuto essere d’emergenza e che invece, oggetto come è stata di un inverecondo balletto di cambiamenti e di successivi disconoscimenti, ha fallito proprio sull’unico terreno su cui sarebbe stata davvero giudicata, quello della velocità di approvazione e della saldezza di intenti e di comportamenti da parte di chi la varava. Non dico che ai diversi giudicanti – i mercati, le società di rating, la Ue e la Bce, le cancellerie e gli ambienti economici europei – poco importasse dei contenuti, ma quasi. Era più importante dare dimostrazione che il governo è capace di decidere e l’opposizione non specula sull’inevitabile impopolarità della manovra. Invece, non c’è stata né l’una né l’altra cosa. Il governo si è mostrato inetto, oltre che diviso. Ma il Pd e la sinistra, contestando la manovra sia dal lato dell’equità che da quello della strutturalità e senza una proposta alternativa all’altezza del momento, non hanno certo fatto meglio. Tanto più quando si sono acriticamente accodate alla Cgil nel momento in cui ha indetto uno sciopero a manovra in corso, senza neppure sapere quale sarebbe stato il suo contenuto, non fosse altro per l’alta volatilità (questa sì da condannare) dei singoli provvedimenti.

La verità è che ancora una volta la sinistra, politica e sindacale, si è fatta trovare impreparata sia di fronte all’emergenza economica – dovuta al venire al pettine dei nodi non sciolti nel corso dell’intera Seconda Repubblica, e quindi anche negli otto anni in cui a palazzo Chigi c’era il centro-sinistra – sia di fronte alla più grande occasione politica che le potesse capitare. Parlo della caduta di credibilità e consenso di Berlusconi, dovuta a quello che fa e soprattutto a quello che non fa, non all’esercizio del becero antiberlusconismo di questi anni che anzi lo ha puntellato. In questa circostanza ci vorrebbe una sinistra post-ideologica, moderna, coraggiosa, innovativa. L’opposto di quella cui scappa il riflesso condizionato dello sciopero generale.

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