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Azzerare la contrattazione nazionale è un errore

Sciocchezze all'italiana

Attenti a non confondere una buona pratica riformatrice con un becero nuovismo

di Enrico Cisnetto - 21 gennaio 2011

Ha ragione Raffaele Bonanni, gli strappi lacerano e non costruiscono. C’è troppa enfasi, banale quando non sospetta, intorno alle intese contrattuali realizzate a Pomigliano e Mirafiori e all’idea di Federmeccanica di estendere il “lodo Fiat” ad altre aziende della meccanica, cui ha fatto eco la disponibilità della presidenza di Confindustria a estendere anche ad altri settori la regola di contratti “anche solo aziendali”.

Non si tratta di essere conservativi, il cambiamento lo impone la velocità dei cambiamenti che sono avvenuti e stanno avvenendo nell’economa mondiale globalizzata. Ma una buona pratica riformatrice, basata su un sano pragmatismo, non può mai essere confusa con un becero nuovismo, che per di più butta giù tutto senza sapere bene cosa fare di alternativo. L’idea di azzerare la contrattazione nazionale per lasciare spazio solo a quella aziendale, in un capitalismo atomizzato come quello italiano, è una sciocchezza prima ancora che un errore.

Se invece si tratta di introdurre un doppio regime, come fa supporre Federmeccanica, allora occorre definire il criterio con cui s’intende separare le aziende (su base volontaria o obbligatoria? per dimensione o per tipologie merceologiche?) non fosse altro per evitare di sentir dire scempiaggini tipo “contratto per l’auto”, quando è noto anche ai lattanti che in Italia oltre il gruppo Fiat a produrre c’è solo la Lamborghini (di proprietà di Volkswagen). Se infine si tratta di prevedere eventuali “eccezioni”, come hanno inteso il caso Fiat anche i sindacati che hanno firmato l’accordo con Marchionne, allora non c’è alcun bisogno di cambiare l’accordo interconfederale del 2009, con il quale si è consacrato la doppio livello di contrattazione, nazionale e aziendale.

Semmai, ci sarebbe da creare le condizioni per dare più peso al contratto d’impresa o di gruppo, creando dentro quello nazionale le regole per misurare la produttività, in modo che sia premiata, e per avviare processi che portino alla rappresentanza dei lavoratori nelle sedi decisionali delle aziende. Con altrettanta faciloneria vedo che un po’ tutti tendono a dare per scontato – con soddisfazione, esplicita o al massimo malcelata – che con la vittoria dei sì al referendum di Mirafiori e la non entrata della newco Fiat in Confindustria, si sia celebrato il funerale di quest’ultima.

Paradossalmente, il giudizio unisce sia i fans di Marchionne che i suoi nemici: i primi in nome della distruzione di uno dei capisaldi della concertazione – intesa sempre e comunque come espressione di consociativismo, cosa vera solo in parte – e i secondi per assestare un “ben ti sta” alla Marcegaglia, rea di aver retto la coda a Marchionne e poi di essere pur sempre la presidente dei “padroni”. Anche qui, le cose sono un po’ più articolate. La Confindustria ha certamente preso un sonoro schiaffo da “mister maglioncino”, che non ha fatto sconti alla “lady dell’acciaio” nonostante che la prima cosa fatta dalla presidente appena eletta in Confindustria sia stata quella di mostrarsi “distinta e distante” da quel Montezemolo che certo non era (e non è) in cima alla lista delle simpatie di Marchionne.

Detto questo, però, l’obiettivo di Marchionne non è certo quello di distruggere l’associazione degli industriali – credo proprio che non gliene freghi niente, seppure a Torino il becco ce l’abbia voluto mettere – e neppure di piegarla ai suoi voleri. Né il pericolo per la tenuta e la continuità della confederazione viene da una diversa articolazione delle relazioni industriali. Semmai, solo frenando lo spostamento dell’asse della contrattazione verso le imprese Confindustria può farsi male, oppure dimostrando di non saper guidare e gestire, ma semplicemente di subire, questo processo di cambiamento. Ma la vera questione, per Confindustria così come per tutte le altre rappresentanze imprenditoriali, è comunque un’altra: il conflitto d’interessi delle aziende rappresentate.

La recessione, infatti, ha fatto emergere con maggiore nitidezza la divergente, direi opposta, tendenza che separa le imprese che vanno bene o che hanno ragionevoli possibilità di salvarsi (una minoranza, ampia ma pur sempre minoranza) da quelle che sono alla canna del gas. Le prime vogliono scelte che le aiutino a stare sui mercati, le seconde protezione per loro e cassa integrazione per i loro lavoratori. Per le prime il costo del lavoro è una variabile importante ma non decisiva, per le seconde il contrario. I loro interessi, specie se la coperta è corta, sono confliggenti, e tentare di rappresentarle entrambe contemporaneamente è impossibile, o paralizzante. Per questo la Confindustria va ripensata.

Non per le forzature di Marchionne – che sono una conseguenza della sua debolezza – ma per la necessità di riarticolare la rappresentanza su basi diverse, scelta la cui mancanza è viceversa la vera causa – insieme con il sistema politico fallimentare – della debolezza di Confindustria, così come delle altre “conf” del commercio, dell’artigianato, dell’agricoltura, dei servizi finanziari. Debolezza che è speculare a quella del sindacato. Vogliamo aprire il dibattito su basi più serie?

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