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Tra rinuncia al nucleare e mancata diversificazione

Schiavi delle risorse straniere

Dopo il libro verde sull’energia in Europa, a quando uno bianco sulla crisi italiana?

di Elio Di Caprio - 17 marzo 2006

E’ stato appena reso pubblico dalla Commissione delle Comunità europee l’ennesimo libro verde su una “strategia europea per l’energia sostenibile, competitiva e sicura”, anno 2006.
Il precedente green paper risale al 2000. Questa volta l’obbiettivo della Commissione è alquanto ambizioso, è auspicata espressamente una nuova “strategia europea” per far fronte alle difficoltà future di approvvigionamento di energia che riguardano indistintamente i 25 Paesi membri dell’UE : l’importazione di fonti energetiche fossili, petrolio e gas, salirà nel giro dei prossimi 20 anni, dall’attuale 50% al 70%. Non è una previsione sorprendente, visto che da almeno dieci anni si sapeva che il deficit energetico dell’Unione Europea sarebbe aumentato di tale misura.
Cosa si è fatto nel frattempo a livello nazionale o continentale per premunirsi rispetto ai nuovi scenari? Poco o nulla, pochissimi i nuovi investimenti, appena abbozzati i programmi di interconnessione tra le reti energetiche dei Paesi europei.
Ci sono volute le interruzioni delle fornitura di gas dalla Federazione Russa, dovute in parte all’irregolare prelievo di gas dell’Ucraina, territorio di transito del gasdotto russo verso l’Europa, per allertare i Paesi dell’Unione sul tema fondamentale della sicurezza energetica. Solo ora il libro verde parla esplicitamente di un “riesame della strategia comune”, auspicando che la Ue per il futuro possa “far sentire un’unica voce sulle questioni energetiche”. Ma è un futuro a portata di mano?
I problemi di approvvigionamento delle fonti energetiche sembrano improvvisamente prevalere e sopravanzare le liberalizzazioni interne volute dalle direttive europee per garantire – almeno sulla carta- a tutti i cittadini e imprese europei la libertà di rifornirsi di gas ed elettricità dal migliore offerente a partire dal luglio 2007.
Considerati i tempi e le difficoltà che l’UE incontra per coordinare politiche comuni nei vari settori della vita collettiva, non è escluso che il libro verde del 2006 sia destinato a diventare un nuovo libro dei sogni.
Sarà sufficiente per produrre risultati di qualche rilievo, constatare che bisogna andare oltre “una strategia basata esclusivamente su 25 politiche energetiche nazionali”, tante quanti sono gli Stati membri dell’UE?
Il libro verde auspica l’ennesima iniziativa di partenariato dell’Europa con la Russia, per contrattare gli approvvigionamenti di gas e petrolio in un quadro di lungo termine: è la stessa strada stata indicata anni fa da Romano Prodi, all’inizio del suo mandato di Presidente della Commissione europea, ma da allora non si è realizzato nessun accordo a riguardo.
La realtà è che non possiamo aspettarci alcun aiuto europeo per i nostri problemi energetici futuri, sprovvisti come siamo di un piano nazionale di settore, penalizzati dalla scarsa diversificazione delle fonti e dall’eccessiva dipendenza dal petrolio e dal gas.
In attesa che l’UE produca non documenti, ma una vera politica energetica comune, toccherebbe forse a noi stessi, come italiani, produrre un libro verde o un libro bianco sulla situazione energetica italiana attuale e futura, per sollecitare le autorità di governo a prendere atto della realtà e a decidere in conseguenza. O dobbiamo attendere che l’Europa decida per tutti?
Nella migliore delle ipotesi la Commissione Europea potra’ attivare nel futuro procedure e strumenti per far fronte a situazioni di emergenza che dovessero colpire i singoli Stati membri, ma certamente poco o niente potrà fare per incidere sulle scelte nazionali di approvvigionamento energetico.
Le politiche del mix energetico- in quali proporzioni affidarsi agli idrocarburi, al nucleare, al carbone, alle fonti rinnovabili- saranno per molti anni ancora di competenza dei singoli Stati.
L’Unione Europea è ben felice che l’energia nucleare, considerata uno spauracchio improponibile da tanti ambienti politici nostrani, possa continuare a contribuire a circa un terzo della produzione di energia elettrica del continente europeo e si guarda bene dal voler ridurre tale apporto. Nel rapporto appena pubblicato si sottolinea che l’obbiettivo strategico dell’UE “potrebbe consistere nel mirare ad ottenere un mix energetico generale che provenga da fonti di energia sicure e a bassa emissione di carbonio”. E il nucleare è la maggiore fonte di energia senza emissione di carbonio.
Il problema dunque di decidere se far posto anche all’energia nucleare per diversificare le nostre fonti energetiche future è soltanto nostro e solo noi possiamo risolverlo.
Se la Commissione Europea - nello stesso libro verde –si accorge finalmente che è necessario un “Osservatorio europeo sull’approvvigionamento energetico” e un “Centro Europeo per le reti energetiche”, non lo fa certamente per istituire nuovi carrozzoni. Indica semplicemente che coordinamento e capacità previsionale sono strumenti indispensabili per una politica energetica, nazionale o europea che sia.
E noi che facciamo, con costi energetici mediamente più alti del 30% rispetto agli altri Paesi europei? Brancoliamo ancora nell’incertezza, stretti nella morsa delle direttive europee che ci dicono dall’alto cosa dobbiamo fare e dalla “sussidiarietà” dei veti locali che finora ci hanno impedito di costruire nuove infrastrutture- dai rigassificatori agli elettrodotti- per fronteggiare le emergenze energetiche ed i black out futuri.

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