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Controlli a Cortina D'Ampezzo

Sceneggiata dolomitica

Se la discplina fiscale fosse fatta valere come vorrebbe la giustizia, il tenore di vita scenderebbe

di Davide Giacalone - 05 gennaio 2012

Quel che è accaduto a Cortina d’Ampezzo, con i controlli fiscali su esercizi commerciali, alberghi, ristoranti e proprietari di auto, suscita una certa ripugnanza. Sotto molti e diversi punti di vista. Il solo fatto che la presenza degli ispettori abbia magicamente raddoppiato il fatturato dei ristoranti la dice lunga. Ma non la dice nuova. Chiunque non viva fuori dal mondo sa benissimo che la tendenza generale è a trovare il punto d’equilibrio connivente: l’esercente evade le tasse, il cliente paga meno e l’economia in nero cresce. Si può scoprirlo a Cortina come a Porto Cervo, ma vale la stessa cosa a Ladispoli o Milano Marittima. Il vantaggio, in questo caso, a voler vedere il lato divertentente, è che non sentiremo tiritere sui meridionali fregoni.

Attenzione, però, a non pensare che tanto basti per gettare la croce addosso a ristoratori e commercianti, additandoli quali principi dell’evasione fiscale: se questo è possibile è perché gli italiani sono ancora molto liquidi. Quando si dice che ristoranti e aerei sono comunque pieni scatta il riflesso fessacchiotto di chi invita a valutare l’esistenza di chi fa la fame, ma ciò non toglie che il dato è reale: gli italiani vanno molto fuori e in giro. Che non è un male, non è un comportamento deprecabile, ma neanche la condotta di un popolo povero. Anzi. E qui vengo al punto dolente: se la disciplina fiscale fosse fatta valere con rigore, come giustizia vorrebbe, il tenore di vita scenderebbe. Vi fanno male le orecchie a sentirlo? Non staranno meglio nel mentire. Tutto ciò non è bello. Anzi, è vagamente ripugnante. Ma non lo è meno l’idea che possa imboccarsi la via del dagli al ricco e al consumatore di prodotti affluenti. Primo, perché tali sono tantissimi italiani, non solo i presunti ricchi da telefilm. Secondo, perché quello è un mercato che dovremmo favorire non punire, che c’invidiano nel mondo e dovrebbe essere utilizzato per attirare ricchezza, non per distruggerla.

Dubito che gli autori dei controlli, per il luogo e per la data scelti, non avessero messo nel conto un certo clamore mediatico. Piuttosto credo che lo abbiano cercato. Un esempio: i controlli sui proprietari di auto di grossa cilindrata non solo si possono fare ovunque e sempre, ma anche stando dietro una scrivania. E’ facile. Cercarli nella perla delle Dolomiti ha, però, un valore aggiunto spettacolare. Tutto questo, però, nuoce gravemente alla credibilità dello Stato. Intanto perché non è un peccato possedere grosse macchine. Poi perché l’Italia le produce, ed è bene qualcuno le compri. Infine perché le notizie comunicate alla stampa omettono di ricordare un dettaglio: nulla di quello che è stato accertato ha il benché minimo valore se non passato al vaglio di un giudice terzo (nel caso il contribuente voglia ricorrere). Lo spettacolo dell’accusa, cui l’Italia s’è assuefatta, non è la messa in scena della severità, ma la tragedia dell’inciviltà. La vettura può essere intestata ad un familiare (coniuge, figli) non dotato di reddito, ma non per questo è un evasore, visto che, magari, il pagamento è stato effettuato da chi dichiara cifre più che congrue. Dite che sto sognando? Può darsi, anzi vado oltre: i numeri dicono che troppi italiani spendono soldi che ufficialmente non hanno. Ma metterne alla berlina alcuni, sollecitare l’invidia sociale, offrire motivazione alla rabbia, è la via sicura verso la perdizione.

La vedo così: posto che da noi la pressione fiscale è troppo alta, sicché chi è onesto paga troppo, la via di fuga non può essere la disonestà (che va punita), ma il premio all’onestà. Non chiedetemi di fare l’esattore del ristoratore, ma premiatemi se, pagando in modo regolare, contribuisco al prodotto interno e al fisco. Allettatemi con la convenienza, non intimoritemi con il terrore fiscale. L’obiettivo è essere più ricchi e più onesti, non più poveri e ipocriti.

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