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Lamentele giustificate

Scalfitura

Validi motivi alla base delle rimostranze degli imprenditori

di Enrico Cisnetto - 06 aprile 2012

Oggi non c’è imprenditore italiano che pensi di ottenere un beneficio dalla riforma del mercato del lavoro, così come si è definita dopo l’ultima mediazione politica. E questo vale sia che il giudizio venga da coloro (i più) che si riconoscono nel dato statistico fornito ieri dall’Istat in base al quale le quote di profitto delle imprese sono crollate ai minimi dal 1995, o che invece arrivi dalla schiera di coloro (una minoranza, ma non esigua) che, soprattutto grazie all’internazionalizzazione, si sono salvati o addirittura vanno meglio di prima. Una volta tanto non si tratta del classico qualunquismo del “padrone”, abituato a lamentarsi per definizione. No, in questo caso ci sono almeno tre buone ragioni per dirsi insoddisfatti. E sono ragioni che andrebbero soppesate anche dal Paese nel suo insieme, per capire se da oggi abbiamo fatto un passo avanti o meno nella direzione del superamento della nostra crisi strutturale. La prima attiene alla vera motivazione che ha spinto Monti a imboccare la strada di quella che non a caso è stata definita la “caduta di un tabù”: dimostrare ai mercati finanziari e agli interlocutori internazionali che l’Italia fa sul serio e finalmente mette mano alle riforme strutturali, da sempre rimandate da parte di una classe politica terrorizzata dalla paura di perdere il consenso. Insomma, un’operazione mediatica più che di sostanza – come invece è stata la riforma delle pensioni – il cui buon esito deve essere certificato dal giudizio di Financial Times e Wall Street Journal – e tanto di guadagnato se la ritrosia della Cgil attesta che il tabù è stato davvero infranto – e di conseguenza dall’andamento dello spread. Peccato, però, che proprio nelle ore in cui si arrivava a definire un testo concordato con i partiti che poi devono votare la riforma in parlamento – e con i quali più che logico è obbligatorio dover trattare – il differenziale con i bund tedeschi è schizzato all’insù, mangiandosi quasi cento dei 300 punti di riduzione che da novembre a metà marzo si erano prodotti. E peccato che alla vigilia proprio quei due “giornali oracolo” avevano per vie diverse messo qualche sassolino nell’ingranaggio fino allora perfettamente oliato (dal punto di vista mediatico) di Monti. Se poi ora le imprese, facendosi i conti in tasca, dovessero scoprire che per un “tabù scalfito” (così titolava ieri il fondo del Sole 24 Ore, riferendosi ovviamente all’articolo 18) ma non certamente abbattuto, ci sono molti altri motivi di scontentezza e preoccupazione, allora si vedrebbe che anche quella “benedetta” contrarietà della Cgil sarebbe più che compensata dai mal di pancia delle varie organizzazioni dei datori di lavoro. In conclusione, il messaggio degli imprenditori a Monti potrebbe essere questo: caro presidente, se ti serviva far vedere che hai il coraggio che è mancato ai tuoi predecessori (degli ultimi vent’anni), bene, ma l’operazione mediatica deve riuscire e i vantaggi sullo spread devono essere concreti, altrimenti era meglio lasciare tutto come stava. Solo nei prossimi giorni sapremo se media, mercati e partner daranno la loro benedizione, e solo allora giudicheremo. Ma certo l’inizio non è incoraggiante…

Il secondo motivo per cui le imprese sono attonite di fronte alla riforma Fornero con ritocchi (non secondari) firmati Monti-Bersani, è di merito. E riguarda proprio il “tabù” e le sue contropartite. La maggiore preoccupazione è che per “scalfire” l’articolo 18 si finirà per dare ancora maggior peso a quella magistratura del lavoro che fin qui non ha certo brillato per equità e speditezza. È vero che vengono posti dei limiti temporali, ma in questo campo mettere dei paletti significa ignorare la realtà della giustizia, penale ma ancora più civile, italiana, che finirà per bypassarli come ha sempre fatto. Insomma, se la giustizia funzionasse sarebbe una buona riforma, o se volete un accettabile compromesso, ma siccome così e non è e lo sappiamo da tempo ormai immemorabile, l’intervento non produrrà nella pratica alcun effetto deterrente verso le remore di quegli imprenditori e investitori esteri che, a torto o a ragione, hanno sempre affermato di non voler mettere capitale di rischio in un paese con una legislazione del lavoro siffatta. E qui siamo al terzo motivo che rende prudente, per non dire peggio, il giudizio a caldo sulla riforma: se questo provvedimento deve smuovere gli investimenti, stiate certi che così non sarà. Intanto perché non sarebbe stato sufficiente comunque, anche se il famigerato 18 fosse stato cancellato e persino se fosse stato abolito lo statuto dei lavoratori. E poi perché in cambio della “scalfitura” ci sono oneri vari sul fronte del mercato in entrata che fanno pendere la bilancia dalla parte sbagliata. Ergo: chiudiamo in fretta questo capitolo e apriamo subito quello davvero decisivo che riguarda “debito-patrimonio-investimenti-tasse”. Quale che sia il giudizio degli oracoli di lingua inglese.

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