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Il Forum di Milano e il Sarkozy liberista

Sarkozysmo fa rima con liberismo?

Il neo-presidente ha già definito ruolo di Politica e mercato. Sociètè Gènèrale insegna

di Enrico Cisnetto - 11 maggio 2007

Sarei curioso di sapere se gli economisti da strapazzo che hanno salutato la vittoria di Nicolas Sarkozy come il segno di una svolta liberista, come pure i Gran Borghesi riuniti in questi giorni a Milano per rammentare (chissà a chi) di essere “riserve della Repubblica” in salsa tecnocratica, pure loro percorsi da fremiti sarkozysti, abbiano già cambiato idea di fronte all’uno-due “protezionistico colbertista” del neo inquilino dell’Eliseo.

Prima ancora del suo insediamento ufficiale, Sarkozy ha dato un colpo mortale alle ambizioni di chi vorrebbe mettere le mani su Société Générale – non solo l’italo-tedesca Unicredito, ma anche la casalinga Bnp Paribas, il cui numero uno, Baudouin Prot, non appartiene alla cerchia degli amici del successore di Chirac – e ha fornito, con la rivendicazione del gesto “politicamente scorretto” della vacanza sulla barca di Vincent Bolloré in quel di Malta, una chiara indicazione di come intenda muoversi con le scarpe chiodate in quel labirinto dei rapporti tra finanza e politica che da sempre sostanzia l’establishment francese. Facendo presagire che di fronte ai rapporti vecchi (Parigi-Berlino) e nuovi (Prodi-Zapatero) a metà tra affari e cancellerie del Vecchio Continente, giocherà una partita d’attacco, di cui in Italia vedremo presto la trama registrando le novità che attendono le Generali (e forse Mediobanca).

Per la verità, non c’era certo bisogno di questo primo exploit per capire che il “gollismo” in chiave moderna di Sarkozy tutto può definirsi meno che liberista, specie nell’accezione ideologica della santificazione del mercato che piace tanto agli italici professori in cerca di poltrone ministeriali e di gloria mediatica. Sarebbe bastato accorgersi che da ministro, due anni fa, inventò la “dottrina Sarkozy”: da un lato, costruire “campioni nazionali” capaci di diventare “campioni europei”, o mangiando i più piccoli (per esempio, Edf con Edison) o negoziando ai tavoli delle integrazioni e dei consorzi (vedi Airbus); dall’altro, supportare la trasformazione del vecchio capitalismo manifatturiero, imposta dai processi di globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica, facendo nascere l’Agenzia per l’Innovazione con 6 miliardi di dotazione. Cose che da noi quello strano impasto di marxisti pentiti e liberali scolastici avrebbero già così definito stataliste, e che a maggior ragione sarebbero messe all’indice qualora si sapesse che l’itinerario di Sarkozy è stato: 1) dichiarare la Francia in declino (stando al governo, non dall’opposizione); 2) commissionare all’ex direttore generale dell’Fmi, Michel Camdessus, un grande studio sui mali dell’economia francese e sui possibili rimedi; 3) affidare ad un manager di una società quotata in Borsa, Jean-Louis Beffa amministratore delegato di quella Saint-Gobain da sempre luogo di eccellenza industriale e manageriale, il compito di suggerire gli obiettivi dell’Agenzia; 4) concordare con costui di orientare le risorse non a politiche orizzontali (i fattori) – per le quali basta la volontà politica di intervenire su alcune questioni di welfare, in termini di flexsecurity – ma a politiche verticali (i settori), scegliendo 69 poli di eccellenza nei quali la Francia vorrà investire il suo futuro; 5) imporre alle compagnie di assicurazioni transalpine, dietro la minaccia di stabilire per legge l’uso predeterminato di una parte delle riserve patrimoniali, di investire 6 miliardi in società di venture capital che finanzino piccole e medie imprese (do you remember la polemica sulla telefonata Padoa Schioppa-Bernheim a proposito di Telecom?).

Insomma, il “liberalismo pragmatico” di Sarkozy prevede che la tutela e lo sviluppo del libero mercato – dove s’incrociano gli interessi degli azionisti, dei consumatori e dei lavoratori – nulla tolgano alla responsabilità suprema della Politica, cui spetta il compito di tutelare l’interesse generale con gli strumenti non solo della normativa – anzi, meno si legifera, meglio è – ma soprattutto della politica industriale (scelta degli obiettivi) e della moral suasion (sollecitazione, incentivazione e difesa dell’establishment come luogo di mediazione degli interessi specifici in funzione di quello nazionale).

Ora, fa piacere sapere che in Italia tutti (da domenica scorsa) si sentano tanti piccoli Sarkozy, e che a Milano si accarezzi l’idea, in sé sacrosanta, di dar vita al Partito della Borghesia – salvo non avere le palle, che ha avuto Berlusconi – sull’onda del successo del “nuovo Blair” d’Europa. Ma a patto che si faccia davvero quel che Sarkozy ha inteso e intende realizzare.

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