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Il super-euro è una iattura

Sarkozy ha ragione

E l’Italia, che ha gli stessi problemi della Francia,dovrebbe fargli sponda in Europa

di Enrico Cisnetto - 16 luglio 2007

Sarkozy ha ragione: il super-euro è una iattura, la politica monetaria deve tornare in mano all’Unione Europea. E l’Italia, che non ha avuto il coraggio di mettere sul tavolo le questioni poste dal presidente francese, ora almeno gli faccia sponda. Venerdì la moneta unica ha toccato il suo massimo storico nei confronti del dollaro (1,3815), e sono in molti gli analisti a sostenere che nel giro di poco il cambio potrebbe arrivare a 1,41. Siamo ormai ad un incremento del 18% rispetto all’esordio di 8 anni fa, ma soprattutto del 68% in confronto al minimo storico dell’ottobre 2000. E non è solo il dollaro ad essere schiacciato dall’euro: in 7 anni lo yen ha dimezzato il suo valore. I motivi che sostengono questo assurdo livello dei cambi, per nulla rispondente al “peso” delle economie reali, sono sempre gli stessi: la prospettiva di un ulteriore innalzamento dei tassi da parte della Bce, processo tardivo rispetto all’opposta strategia della Federal Reserve, che il costo del denaro lo ha aumentato negli anni scorsi e ora persegue una politica di stabilità. Questo ha spinto Sarkozy a proporre la creazione di un governo economico dell’Europa, che aiuti a “dialogare” con la banca centrale su tassi e cambi, strumenti fondamentali per perseguire la crescita economica, in nome dell’assunto che parlare di un rapporto di 1 a 1 tra euro e dollaro non dovrebbe costare una scomunica. Sarkò dice: l’economia transalpina è fra quelle più in difficoltà nell’Europa della ripresina e per uscirne la Francia non può replicare le scelte della Germania, sostenitrice dell’euro forte. Ecco spiegata la volontà di porre sotto pressione la Bce: è vero che il Trattato comunitario assegna la responsabilità formale della politica monetaria al Consiglio d’Europa, ma finché Francoforte, che ha in mano la leva dei tassi d’interesse, continuerà a considerare come unico obiettivo da perseguire la lotta all’inflazione, è tutto inutile. Certo, l’inflazione è un pericolo sempre possibile, ma in realtà non esiste più da molto tempo: oggi siamo all’1,9%, solo mezzo punto in meno di quando l’euro toccava il minimo sul dollaro, a conferma che l’assioma “moneta forte uguale inflazione bassa” non ha fondamento. Allora, i casi sono due: o si revoca l’autonomia alla Bce, oppure – meglio – s’inserisce tra i suoi obiettivi, oltre alla stabilità monetaria, anche lo sviluppo economico.

In questo scenario, se c’è un paese che come e più della Francia ha bisogno di una politica monetaria funzionale all’export, e quindi ha tutto da guadagnare da un euro meno forte, questo è l’Italia. Non si tratta di indulgere a nostalgia per le “svalutazioni competitive” della lira. E non si deve sottovalutare il fatto che il tasso di cambio alto ha darwinianamente aiutato – penalizzando le imprese fondate sui costi bassi anziché sul valore aggiunto – quel poco di “scrematura” che il nostro manifatturiero è fin qui riuscito a fare. Ma non accorgersi delle opportunità offerte da un tasso di cambio più favorevole, sarebbe una gravissima cecità politica. Sarkozy ha aperto gli occhi. Noi cosa aspettiamo?

Pubblicato su Il Messaggero di domenica 15 luglio

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