ultimora
Public Policy

Il giornalista contro il tabù della Resistenza

Salvate il soldato Pansa

Coloro che non nascondono il proprio spirito critico sono un tesoro della nostra cultura

di Elio Di Caprio - 25 ottobre 2006

Giampaolo Pansa, dopo l"inaspettato successo dei suoi primi volumi ( “Il sangue dei vinti” ha venduto più di 400 mila copie) che raccontavano le storie e le sofferenze dei vinti di Salò , ha alzato ora il tiro soffermandosi sulla “grande bugia “ storico-politica che, secondo lui, ha accompagnato per lunghi anni il mito della Resistenza.
Nel 2006, in un clima di contrapposizioni rarefatte, sembra improprio e fuori tempo occuparsi delle vecchie bugie. Sono solo le piccole a tenere banco, da quelle da cortile che si contestano vicendevolmente Prodi e Tronchetti Provera per il caso Telecom a quelle beffarde del leghista Calderoli che ha sbugiardato fino a ieri la sua stessa riforma elettorale definendola “una porcata”....
Siamo in un clima bipolare sguarnito di passioni tanto da rendere possibile ai parlamentari di maggioranza ed opposizione di darsi fraternamente del tu, consapevoli come sono che l"alternanza, finchè dura, premia a turno i due Poli in competizione : poi i problemi da risolvere sono uguali per tutti.
Nulla di veramente drammatico dunque nelle nostre piccole bugie quotidiane.
La grande bugia storico-politica di cui parla Giampaolo Pansa nel suo ultimo saggio si riferisce alla guerra civile di 60 anni fa, non ha perciò uno scopo retroattivo, nè ha un"incidenza di attualità lontanamente paragonabile, ad esempio, alla grande bugia di G.W. Bush sulle armi di distruzione di massa mai trovate in Iraq. Eppure si sono innescate subito le prime reazioni all"ennesima provocazione di Pansa, forse perchè è stato toccato un nervo scoperto della nostra storia recente.
Pansa parte con la lancia in resta contro il politically correct comunemente accettato e smonta l"impalcatura retorica costruita dai comunisti nel dopoguerra per magnificare la Resistenza, senza se e senza ma. Nascondendo però – e qui starebbe la grande bugia- che la lotta armata condotta dai comunisti nella Resistenza e negli anni immediatamente successivi tendeva piu" a creare le premesse per l"instaurazione di un regime di classe da loro propiziato e capeggiato che non a dare un contributo alla nascita o rinascita della democrazia in Italia.
Il giornalista era già stato accusato di portare acqua al mulino dei revisionisti che vorrebbero ribaltare le tradizionali interpretazioni storiche su fascismo e Resistenza. Ma, a ben guardare, il revisionismo non c"entra nulla quando si raccontano le foibe o i singoli episodi vissuti dalla parte dei perdenti. Significa semplicemente coprire un vuoto volutamente lasciato tale dalla retorica o dall"indifferenza dei mass media. E" un compito che può essere svolto anche da giornalisti scrupolosi che non sono storici, come Pansa .
D"altronde persino un giornalista allevato e cresciuto sempre all"ombra del potere, come Bruno Vespa, nel suo “Vincitori e vinti” dell"anno scorso aveva dedicato gran parte delle sue riflessioni alle stagioni dell"odio che hanno contrassegnato la storia italiana, dalla Resistenza al terrorismo, con capitoli espressamente dedicati alla “strage dei vinti”, ai “trentamila morti dopo la liberazione”, alle foibe ed alla pulizia etnica del maresciallo Tito.
Ma perchè c"è voluto tanto tempo per andare oltre le vere o presunte bugie, se non altro per aprire un dibattito su temi così delicati ed importanti? Perchè a G. Pansa non sono bastati i primi 40 anni di attività di scrittore-giornalista a a B. Vespa i lunghi decenni di paludato giornalismo televisivo, per scoprire e rendere popolari argomenti prima considerati tabù ?
Adesso non costa nulla prendere le distanze dagli episodi più raccapriccianti della nostra guerra civile e imbastirci su riflessioni “obbiettive”, come ha fatto recentemente lo storico-giornalista Ernesto Galli Della Loggia, il quale ammette che “l"origine prima della vulgata resistenzial-antifascista è stato il bisogno del PCI di trovare una legittimazione della nascente democrazia che la sua natura totalitaria gli negava”.
Ma è stato proprio il mito della Resistenza interrotta, non portata avanti fino all"estrema conseguenza di un nuovo regime di classe, che ha armato tra gli anni "70 e "80 i sogni di rivincita dei “comunisti combattenti” ( dalle BR a Prima Linea) nella lunga stagione del terrorismo.
Il potere battesimale dei comunisti italiani (così definito dall"ex giornalista dell"Unità Ferdinando Adornato, ora passato nelle file di Berlusconi), non solo ha continuato ad accreditare una memoria storica di parte, ma ha per lungo tempo impedito che si facessero i conti, tutti i conti con la storia di mezzo secolo, dalla Resistenza al terrorismo.
Forse troveremo tra qualche anno un volenteroso giornalista come G. Pansa che andrà alla scoperta delle pieghe più nascoste dei nostri anni di piombo.
Per ora accontentiamoci di un Walter Veltroni buonista che invita i giovani a riconsiderare e a riappropriarsi della nostra storia tutta intera o delle abiure di un Gianfranco Fini che prende decisamente le distanze dal fascismo storico.
Siamo nel 2006 e le stagioni dell"odio sembrano lontanissime.
Ma se tutti a suo tempo avessero fatto degnamente la loro parte- non solo gli esponenti di partito, ma anche gli storici e i giornalisti- non è ragionevole pensare che quella sorta di guerra civile per interposta generazione che insanguinò l"Italia degli anni "80, con gli esiti terroristi che tutti sappiamo, sarebbe stata meno crudele e di più breve durata?
Luca Telese nel suo libro “Cuori neri” ha fatto rivivere l"atmosfera agghiacciante di quegli anni nei quali tanti giovani furono mandati allo sbaraglio contro un nemico immaginario, a sinistra come a destra. La colpa è stata attribuita ai tanti “cattivi maestri” di allora.
Ma forse più che di grandi maestri e di grandi guide ci sarebbe stato bisogno di meno conformismo e di più spirito critico, di qualcuno in più che si assumesse le sue responsabilità e si esponesse in prima persona, come fanno oggi i Pansa e i Galli Della Loggia, rivelando in tempo le grandi mistificazioni che, sotto il velo ideologico, nessuno voleva affiorassero.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario