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Non siamo ancora oltre nel baratro

Salto dell'euro

Chi ci impartisce lezioni non ha la ricchezza (pubblica e privata) dell'Italia

di Davide Giacalone - 10 novembre 2011

La teoria secondo cui sarebbe bastato che Silvio Berlusconi annunciasse le dimissioni perché lo spread con i titoli del debito pubblico tedesco si riducessero di uno o due punti, autorevolmente e insistentemente sostenuta, ha ricevuto una smentita sperimentale. Quando le teorie non resistono alla realtà è segno che sono campate per aria. E questa lo era, come abbiamo più volte avvertito. Le dimissioni sono state annunciate, opposizioni e presidenza della Camera sono corse a dire che la legge di stabilità può essere varata in due o tre giorni (allora si può?!), il Quirinale è tornato a sottolineare che i tempi devono essere velocissimi, ma i mercati hanno duramente schiaffeggiato sia la Borsa che i Buoni del tesoro. Gli antipatizzanti del presidente del Consiglio diranno che la colpa è del fatto che non se ne è andato abbastanza, che doveva sparire come in un gioco di prestigio, che avrebbe dovuto annunciare l’intenzione d’esiliarsi, ma l’arrampicarsi sugli specchi lascia il tempo che trova, perché giornate come quella di ieri possiamo viverne ancora una o due, dopo di che il prezzo della partita diventa troppo alto. Anzi, è già troppo alto. Con quei tassi d’interesse riusciamo ancora a sostenere il debito, ma c’impoveriamo troppo e lo svantaggio competitivo, per le nostre aziende e per i nostri cittadini, diventa troppo severo, sicché povertà creerà povertà. Tutto questo lo dobbiamo, certamente, ad un debito pubblico troppo alto, ma pur sempre antico, mentre l’indebitamento delle famiglie e delle imprese italiane è di gran lunga inferiore a quello di chi oggi c’impartisce lezioni, il patrimonio pubblico pareggia il debito pubblico e quello privato lo supera di molte volte. Tutto si può sostenere, ma non che noi si sia strutturalmente sull’orlo del precipizio.

Eppure ci siamo, già vediamo l’abisso e tutte le misure destinate a far cassa (che sono del genere horror, dalle maggiori tasse ai condoni) non risolveranno affatto il problema e bruceranno ricchezza. Dentro i confini nazionali, anzi, dentro i ben più angusti confini dei giornali italiani, ci si è raccontati la tavoletta che era tutta colpa del crapulone di Arcore, liberatici dal quale il mondo intero avrebbe preso a corteggiarci per il nostro grande valore e la nostra bellissima faccia. Passi che a questa storiella per bambini allocchi abbiano creduto le tifoserie antiberlusconiane e quegli stessi che la diffondevano, dimostrando il potere ipnotico dell’autosuggestione, ma è meno tollerabile che l’abbiano ripetuta, magari con qualche distinguo secondario, anche persone che avrebbero il dovere della serietà e della razionalità. Il governo è finito, la cosa è certificata, ma la musica non cambia. Anzi, peggiora.

E la ragione c’è. E’ razionale. Il mondo dotato di cervello sa che il problema da cui origina la tragedia in corso è politico, istituzionale ed europeo. Ha a che vedere non (solo) con i nostri vizi nazionali, ma (prima di tutto) con la natura stortignaccola di una moneta senza banca centrale e senza governo, che ha funzionato meravigliosamente bene quando ha tenuto bassi i tassi d’interesse, ma che cede e si sfarina non appena la speculazione scopre che quei tassi possono salire alle stelle, se si procede nell’aggressione di debiti sovrani che non hanno la valvola della produzione di moneta. Ricordiamocene: il Giappone ha un debito pubblico più alto del nostro e un debito complessivo (pubblico e privato) ancora più imponente, ma lo vende ad un tasso d’interesse inferiore, perché ha una banca centrale che può far funzionare la tipografia e scoraggiare la speculazione con la svalutazione. L’euro è come un abito concepito per una sola temperatura: caldo e avvolgente, ce ne siamo pavoneggiati nel mentre tirava la tramontana, ma ora non possiamo togliercelo mentre soffia lo scirocco. Non solo: federando debiti nazionali e sistemi politici diversi, essendo nato con regole automatiche che non prevedevano meteorologie diverse da quella originaria, capita che i tedeschi insistano per chiudere il bavero, nel mentre altri sono zuppi di sudore. Non funziona, non può durare. E’ chiaro che, in queste condizioni, non saltiamo (solo) noi, ma salta l’euro. E con l’euro salta l’Europa. Ma questi, tornando al punto, sono problemi politici, mica tecnici. Se il tuo orologio cammina lentamente vai dal tecnico, dall’orologiaio, ma se puntualmente a mezzo giorno è notte devi capire che sei nel fuso orario sbagliato e con l’orologiaio non risolvi nessun problema. Se davanti ad un problema politico un Paese decide che è ora di farla finita con la politica, se le anime belle interne pensano che il gran giorno della liberazione è arrivato, ma non hanno idea di cosa avvenga il giorno dopo, se, come massimo della vita, si punta a governi tecnici o privi di maggioranza parlamentare, gli altri, che fessi non sono, ne deducono che non sarai in grado di risolvere un accidente, non ti farai valere nelle sedi europee e non difenderai sufficientemente gli interessi nazionali, quindi trovano nuova lena nel prenderti a calci. Quello che è accaduto. E allora? Allora si tratta di non perseverare nell’errore, nel non credere che la crisi di governo sia un punto di svolta, di provvedere ad approvare immediatamente i provvedimenti per la stabilità, per poi puntare dritto al cuore della questione, che è europea, non italiana. Il governo in carica (è ancora in carica, almeno non imbrogliamoci per i fatti nostri) è finito, questo non si discute, ma la crisi politica deve essere tesa ad accertare se c’è una maggioranza alternativa, necessariamente frutto di una spaccatura della maggioranza attuale, e se quella maggioranza offre opportunità di coesione e determinazione superiori a quelle di chi se ne va. A me non pare, ma sono pronto a plaudire il contrario. Ove non ci sia nulla di ciò, allora il gesto difensivo più immediatamente efficace è la convocazione delle elezioni. Con questo singolare scenario: chiunque si candidi a governare avrà un programma già scritto, frutto delle epistole scambiate con le istituzioni europee. Quel che può metterci di proprio sono due cose: a. la volontà di riportare l’Italia ad essere protagonista del processo d’integrazione europea, e non il somaro trascinato per le orecchie; b. la consapevolezza che le regole istituzionali della democrazia interna devono essere riscritte. Di coalizioni multicolori e governi impotenti non se ne può più. Ci sono costati troppo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario