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La privatizzazione delle frequenze

Salto con l'asta

Ha senso che all'asta partecipino solo i canali televisivi?

di Davide Giacalone - 18 dicembre 2011

Non ho ben capito se all’asta saranno messe le frequenze per la televisione digitale, o direttamente il governo. So che il ministro competente aveva chiesto di avere tempo per capire e decidere, ma il suo collega che presidia il Parlamento ha deciso di non correre rischi d’Aula, aderendo all’idea dell’asta. L’intera storia si risolverà in una bolla di sapone, non portando cassa e bloccando l’uso di frequenze libere, dopo averne concordato l’assegnazione con la Commissione europea e dopo avere fatto l’asta di quelle non disponibili (destinate alle telecomunicazioni). Un capolavoro.

La scena si presenta così: da una parte c’è la sinistra delle persone per bene e che hanno studiato, che vuole l’asta e s’accoda ai destri che militano a sinistra e ai verdi che devono smarcarsi; dall’altra c’è la destra degli zoticoni e dei venduti, contraria all’asta; poi c’è chi guarda l’asta e si domanda dove infilarla. Nel frattempo le polemiche hanno messo in evidenza l’inutilità dell’apposita autorità di garanzia, l’Agcom. Visto che ha promosso il beuty contest, che molti ritengono un imbroglio, talché fallisce il compito di garantire alcunché; visto che i suoi commissari si scrivono e mandano lettere da tutte le parti, ciascuno per giustificare quel che ha votato in collegio, taluni a firma triplice, ufficializzando l’esistenza delle correnti politicizzate (di cui non dubitavamo); visto che parte delle competenze sono già finite all’antitrust; e visto che il presidente della medesima ha una spiccata passione più per la poesia che per queste seccature, non resta che prendere la palla al balzo e chiuderla.

Torniamo al dunque. Rassegniamoci: quando si parla di frequenze, in Italia, il tasso d’impreparazione e dabbenaggine diventa etereo. Mi rivolgo a quei tre o quattro che vogliano capirci qualche cosa, senza essere già intruppati in qualche partito preso. Il tema sarebbe complesso, ma in pochi punti mi spiego.

1. Le frequenze destinate alle telecomunicazioni si pagano, nel mondo, fior di quattrini, quelle televisive valgono, ovunque, molto meno. Ciò capita perché le telecomunicazioni mi vendono l’uso della frequenza (il contenuto ce lo metto io, parlando con altri, o terzi, fornendomi informazioni e servizi), le televisioni, invece, mi vendono un contenuto, che trasmettono grazie alle frequenze. Posto che la rete tlc è sempre meno remunerata (ed è un grosso problema), questa è la ragione per cui a nessuno, nell’Unione europea, è venuto in mente di far aste per assegnare quel che l’Unione stessa obbliga a fare.

2. Ciò vuol dire che si deve regalarle, magari a chi è più bello? (per cui si organizza un beuty contest, un concorso di bellezza?). Alcuni lo hanno fatto (i francesi), ma preferisco altro: per tutte le frequenze si paghi il canone di concessione, destinato a coprire i costi operativi dello Stato, controlli compresi, poi si tassino con maggiore attenzione i proventi derivati dalla concessione stessa. Della serie: guadagni grazie ad un bene pubblico limitato, non disponibile per tutti, quindi paghi in ragione di ciò.

3. In Italia le frequenze sono già state pagate. Solo che, grazie alla legge votata dalla sinistra, sono stati pagati i privati che le cedevano, non lo Stato che le concedeva. Incredibile.

4. Nel concorso hanno inserito due norme: a. per i primi cinque anni chi è appena entrato può utilizzare, a prezzo bloccato, le infrastrutture di trasmissione (torri e impianti) altrui; b. dopo cinque anni ciascuno può disporre delle frequenze ricevute. Vi risparmio l’intreccio di legislazione nazionale ed europea, fidatevi. Non va bene: se dopo cinque anni mi sono stufato le frequenze devono tornare allo Stato, non sono mie. Il bello è che il proprietario degli impianti potrebbe vendersi anche quelle di chi non s’è stufato, aumentando il prezzo d’uso. Visto che si rifarà tutto da capo, si eviti di ripetere questo obbrobrio.

5. Vincenzo Novari, amministratore delegato di H3G ha ricordato che la gara in corso è un bando pubblico, approvato da tutte le commissioni esistenti, approvato in sede europea, sul quale i privati (anche stranieri) hanno fatto investimenti, annullarlo è come dire che la parola dello Stato vale zero. Non edificante. Sarebbe stato meglio dar retta al ministro dello sviluppo e lasciargli il tempo di pensare.

6. Fare l’asta non ha senso, per le ragioni dette e perché, come ha ricordato anche Franco Bernabè, amministratore di Telecom, il deserto spingerà al ribasso. Dice Michele Santoro che lui partecipa e offre un milione. Generoso. Peccato che il solo affitto di un canale nazionale costa poco meno di cinque, sicché portarsene a casa sei, propri, ad un milione conferma che alla scuola maoista non era prevista l’aritmetica. L’asta ha un senso se sono in concorrenza dei fornitori di rete (vedi punto 8), non se competono i canali televisivi, che sono fornitori di contenuti.

7. All’asta partecipa anche la Rai? Bella la scena di un’asta per colmare il debito pubblico, dove si buttano soldi di un’azienda di Stato. Imperdibile.

8. Posto che Mediaset sta comperando Dmt, quindi chi fa televisione avrà anche torri e impianti, non sarebbe meglio creare una società terza che si occupa di distribuzione? Certo, ma Dmt era di Mediaset (per via Elettronica Industriale), per cui si torna al punto di partenza. E lì ci si ferma perché la Rai è sempre stata contraria alla società degli impianti.

Ciò ci porta a due morali finali. La prima: c’è un solo modo per rendere guardabile il nostro mercato televisivo, e non consiste nell’inventarsi improbabili aste, ma nel privatizzare la Rai (abrogando il blocco imposto dalla legge Gasparri, voluta dal centro destra). La si consegni al mercato e tutto cambierà. La seconda: in un mondo razionale si attacca al filo quello che sta fermo e si usano le frequenze per quello che si muove, questa è l’evidenza con cui ridisegnare il modello. Nel mondo nostro prevale l’asta, e il dilemma su dove piazzarla.

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