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Una possibile via d'uscita

Sì al finanziamento (non pubblico)

L'ennesimo scandalo sui soldi ai partiti riapre una questione antica

di Davide Giacalone - 10 aprile 2012

Il sistema di finanziamento dei partiti deve cambiare, ma detta così non significa nulla. Peggio: detta così aggrega al gregge sbandato dei capipartito senza partito, di chi parla senza pensare. Meglio far proposte concrete, come quella che segue. L’obiettivo da raggiungere non è mettere sotto tutela la politica, ma liberarla. Per questo la gran parte delle cose che si sentono appartengono al mondo dell’orrore, o, più semplicemente, della ruvida ignoranza. Marcello Pera ha ragione: pensare di sottoporre la vita interna dei partiti all’iniziativa delle procure, e la loro vita economica ai magistrati contabili, è da sistema dispotico, come anche creare autorità indipendenti (e chi le nomina, se non quelli che hanno già lottizzato tutto il resto?) che controllino il prodotto della sovranità popolare. Ma si tratta di un dispotismo che non nasce dalla prepotenza, bensì dall’insipienza. Non si afferma con la forza, ma campa di debolezza. Il dibattito in corso è lo specchio fedele dell’ameba cui la politica è ridotta. Chiarito il punto di vista, veniamo alla proposta. Il finanziamento pubblico dei partiti va abolito, non un soldo deve uscire dalle casse pubbliche per andare a tintinnare nelle associazioni private. Il finanziamento della politica è attività nobilissima, da cui dipende la vita stessa della democrazia. Quanti maneggiano soldi dei partiti meritano rispetto, perché sono motori di un sistema circolatorio che regge la libertà. Ma devono essere privati che maneggiano soldi di privati. Il finanziamento della politica deve essere affare dei cittadini, non dello Stato. Quando i militanti finanziavano (sebbene in piccola parte) i loro partiti se ne sentivano anche padroni. Se la politica la finanzia lo Stato i cittadini se ne sentono estranei. Giustamente. Il finanziamento pubblico, inoltre, costituisce concorrenza sleale contro le nuove formazioni politiche, che partono svantaggiate. E’ importante, all’opposto, che i cittadini sappiano di potere fare e contare, anche solo versando dei soldi. Davanti a spettacoli deprimenti, alla domanda: che ci posso fare io? La risposta deve potere essere: aiuta chi si oppone, chi ha proposte diverse. La cosa vale in particolare per la borghesia guicciardiniana (adusa a ripiegarsi nel proprio particulare), come per la piccola e media impresa, che potrebbe contare assai di più (e sarebbe un bene) se solo pensasse d’avere un ruolo determinante, come l’ha nell’economia del Paese. I soldi pubblici scacciano le forze buone, per questo devono sparire. E la trasparenza? Chi pensa che possa essere garantita da giudici contabili, che furono nominati dalla politica, è matto. Come mettere Paris Hilton a impartire lezioni di virtù in un collegio femminile: lo farà per rabbia, disperazione, per vendetta, dopo essere invecchiata, di certo non per vocazione. La trasparenza è figlia del conflitto: se i soldi te li da lo Stato io penso che siano spesi male, lui pensa che te li freghi e tutti e due non ci aspettiamo nulla; se te li do io voglio sapere che ne fai. Se regalo soldi a congreghe familiari è segno che mi piacciono quelle, e buon pro mi faccia, se li destino a forze politiche vere avrò avuto cura di controllare come funziona il controllore interno. E’ questo che porta alla trasparenza: l’interesse. Così fanno politica e vincono solo i ricchi? E’ l’opinione dei poveri d’idee. I soldi aiutano, e in certe condizioni sono determinanti, ma in un sistema democratico sano con i soldi vinci una o due volte, dopo di ché o porti i risultati o il tuo avversario ti distrugge investendo cento euro, quanto basta per dire: cacciate l’incapace. Capisco, però, che occorre venire incontro al piagnisteo antiplutocratico, ben concimato dalla cultura italica, sicché ammetto anche il finanziamento pubblico, ma non in soldi: lo Stato paghi le sedi (in appositi edifici), i collegamenti internet, le linee telefoniche, gli spazi dove appiccicare i manifesti (così non li mettono sui monumenti) e gli spazi televisivi e radiofonici. Se non riesci a prendere voti neanche dopo che ti hanno ascoltato è segno che non hai nulla da dire ed è bene che tu vada a lavorare. C’è gente che non ha mai avuto tale emozione, nella vita. Aiutiamola. Infine: con i soldi dei privati la politica diviene schiava dei loro interessi. Tesi suggestiva, ma poco seria: che c’è di male? Fa paura la politica inutile, non quella funzionale. Resta da stabilirsi se quegli interessi sono generali o minoritari, per giunta ai danni della collettività, nel secondo caso destinati a soccombere. Facile dire che non viviamo nel mondo (e nel mercato) ideale, ma sbagliato rassegnarsi al peggio per evitare il male. Un tempo si finanziava la politica e si davano garanzie agli eletti per evitare che perdessero la loro libertà. Ora li si finanzia e protegge talmente tanto da averli ridotti a leccapiedi di chi compila le liste. Basta così, cambiamo. Una parola al trio quirinalizio (Alfano, Bersani, Casini): lo facciano fare al governo, per decreto, e neanche i familiari si ricorderanno più la ragione della loro esistenza.

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