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Nessun pericolo dalla centrale di Krsko

Ritorno al nucleare

Gli ambientalisti dovranno accettare il nuovo percorso

di Enrico Cisnetto - 09 giugno 2008

“Mannaggia, l’incidente in Slovenia non ha fatto danni”. E’ questo probabilmente il pensiero di molti vetero-ambientalisti dopo l’allarme (subito rientrato) arrivato dalla centrale atomica di Krsko, poco lontano da Trieste. In un momento come questo, in cui il “niet” pronunciato dall’Italia a gran voce nel 1987 dopo il referendum e sulla scia dello psicodramma collettivo di Cernobyl, sembra finalmente messo in discussione dalla fine degli steccati ideologici, e il governo sta dando prova di pragmatismo in materia (soprattutto grazie a Scajola), un “bell’incidente” sarebbe servito a bloccare nuovamente tutto. Per fortuna, però, nonostante il reattore di cui si parla sia solo di seconda generazione (risale al 1981), tutto ha funzionato alla perfezione. Anzi, secondo la ricostruzione degli addetti ai lavori, siamo di fronte ad un caso esemplare di buon funzionamento.

Lo dimostra il timing delle operazioni: alle ore 15,07 si verifica una piccola perdita, dovuta alla mancata tenuta di una valvola da due pollici, nel circuito di raffreddamento primario; immediatamente viene dato l’allarme e attivata la procedura di spegnimento, così come si avvisa dell’accaduto il centro di controllo europeo Ecurie. Ore 17: viene allertata l’Apat, la transfrontaliera Agenzia italiana per la Protezione ambientale e i servizi tecnici. Ore 20,10: il reattore viene spento. Insomma, in cinque ore, secondo il protocollo standard – e non quello urgente, perché il problema viene subito identificato come assolutamente non grave – il sistema torna in piena sicurezza. Nei prossimi giorni, poi, la valvola in questione sarà sostituita ed entro una settimana la centrale riaprirà i battenti.

Tutto bene, dunque? Non per chi sperava se non proprio in una nuova Cernobyl, almeno in un “incidentino” che riaprisse antiche ferite. In molti erano già pronti a suonare le grancasse dell’apocalisse nucleare, e a riportare indietro di vent’anni l’orologio della storia. Perché il fantasma di Cernobyl aleggia ancora su di noi. Nonostante l’evidenza: Piero Angela, in un famoso servizio per la Rai, si spinse fino a 100 metri dal sarcofago della centrale, e il contatore geiger mostrava un livello inferiore a quello del centro di Roma, mentre i dati più accreditati, quelli su cui la comunità scientifica è oggi concorde, parlano di un bilancio totale di 100 morti per quell’incidente. Tuttavia il mercato della paura è sempre fiorente, e, per dirla alla Bertolt Brecht, ogni volta che si nomina la tragedia atomica si sente tintinnare il registratore di cassa. Questa volta però l’alzata di scudi preventiva non ha funzionato. I sistemi di sicurezza hanno fatto il loro dovere e tanta isteria è andata a vuoto.

Il governo e in particolare il ministro dello sviluppo economico Scajola possono dunque andare avanti. Certo sarà un percorso tutt’altro che facile: si tratta, per l’Italia, di riguadagnare vent’anni perduti, e di riagganciarci ad un trend tecnologico e di know how che ha fatto passi da gigante. Tuttavia non tutto è perduto, e quella del nucleare è una strada senza alternative: non c’è solo il boom del petrolio e del gas, di cui siamo sempre più dipendenti. C’è anche il fallimento delle cosiddette “rinnovabili” che rappresentano e rappresenteranno – su questo la comunità scientifica è concorde – solo una minima parte del fabbisogno energetico globale. Intanto, cresce l’allarme ambientale. Dall’Agenzia internazionale per l’energia è arrivato ieri l’ennesimo monito: a causa del boom ininterrotto di Cina, India e delle altre tigri asiatiche, si stima che le emissioni di anidride carbonica aumenteranno del 130% di qui al 2050, a fronte di una domanda di petrolio che si prevede crescerà del 70%. Questo a livello globale. A livello domestico, la nostra dipendenza energetica dall’estero (il 90%), che oltretutto si indirizza verso player i quali utilizzano a mani basse l’atomo, indica chiaramente che è ora di uscire una volta per tutte dall’ipocrisia.

Per riguadagnare il tempo perduto però è necessario avere chiaro che serve una road map precisa delle cose da fare. In particolare, serve prima di tutto portare avanti adeguatamente il “decommissioning” ovvero la messa in sicurezza delle scorie, scegliendo un deposito nazionale sicuro. Poi, dotarsi di norme e regolamenti allineati alle più evolute esperienze internazionali (vedi la Francia, leader mondiale nel settore, e qui potremo giovarci delle partnership avviate dall’Enel con EdF). Terzo, ricostruire competenze scientifiche ed industriali che hanno resistito in questi anni seppure in sonno – gli ingegneri nucleari italiani un tempo erano considerati i migliori a livello mondiale – per evitare di scivolare dalla dipendenza dal petrolio e dal gas alla “dipendenza da know how”. Quarto, ricostruire un apparato di governance e di supervisione nella pubblica amministrazione, partendo da quella Autorità nazionale di Sicurezza che oggi vive sottotraccia e senza organico. Quinto, verificare la convertibilità di impianti pre-referendum che possano essere riutilizzati. Sesto, avviare una rigorosa campagna di informazione. Infine, nota particolarmente dolente, trovare i siti adatti: pensando a incentivi economici alle comunità interessate, confrontandosi coi territori, dialogando con le popolazioni. Ma poi, una volta trovato il contesto adatto, si vada avanti, senza mettere più nessuno in condizioni di bloccare la macchina decisionale. Ecco, se questi “sette comandamenti”, ambiziosi ma non irrealizzabili, verranno seguiti scrupolosamente, potremo tornare in un tempo ragionevole a contare su una fonte di energia pulita, in quantità abbondante, a un costo non proibitivo. E, cosa che secca decisamente a qualcuno, sicura.

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