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Vecchie formule per superare lo stallo

Ritorna anche l’ipotesi lib-lab

Alla ricerca di un’identità per il Partito Democratico. Intanto si evitano vere decisioni

di Elio Di Caprio - 16 gennaio 2007

Quando le cose non vanno bene e si cercano “nuove” soluzioni alle difficoltà del vivere sociale si ritorna al lib-lab, all’ipotesi liberal-socialista, a quella che potremmo definire una “grande intesa”, tutta ideologica, tra lo spirito liberale e quello socialista, sempre cercata e poche volte ritrovata dai riformisti del secolo scorso, prima della fase conclusiva dell’unico pensiero liberal ora imperante. Ma non è più tempo di ideologie, contano i bisogni e gli interessi. Quando poi si tratta di passare dalle ideologie ai fatti, cominciano gli strappi, i distinguo e le riserve, vengono alla luce i tanti interessi particolari e corporativi e tutto langue o si aggroviglia nel nostro Paese.

Prima tocca al “borghese” Padoa Schioppa, Ministro dell’Economia, enunciare l’ardito concetto che non pagare le tasse è come commettere un furto, tocca ora al “liberal” Mario Monti, già commissario italiano all’UE su indicazione di Berlusconi, riconoscere che ci vorrebbe una sorta di pianificazione delle liberalizzazioni necessarie per far acquisire al nostro Paese una maggiore competitività. Nel gioco si inserisce agevolmente Rifondazione Comunista con ulteriori distinguo : vanno bene le liberalizzazioni, ma non se ne può fare un nuovo credo ideologico, come se fosse una ricetta valida a prescindere, quasi fosse la bacchetta magica per ridurre costi e burocrazie a favore del cittadino – consumatore, già consumato da infinite tasse e balzelli. Siamo d’accordo che fa una bella differenza liberalizzare le licenze taxi, le professioni, i servizi pubblici locali o l’energia e nessuna indistinta “agenda” Rutelli o Bersani può convincerci del contrario. Così come la privatizzazione delle aziende non è un bene in sé, se poi i managers continuano ad essere nominati dai politici ed i mercati di riferimento continuano ad essere dominati dai monopoli. All’estrema sinistra il non pentito Toni Negri va oltre il socialismo tradizionale, lancia un bel “ Goodbye Mr. Socialism”, invita a superare i vecchi concetti di lotta di classe e ad ambire piuttosto ad un ribaltamento globale dei rapporti di forza con i poteri egemoni grazie alle nuove spinte antiglobal provenienti dal basso: altro che liberal-socialismo in un solo Paese....Quelle dei no-global sono tesi che affascinano sull’altro versante persino un intellettuale “liberal” - almeno egli stesso tale si considera - come Giulio Tremonti.

Ma si possono imporre le liberalizzazioni in un Paese come l’Italia? Sembra di sì, a parere non solo dell’ex Commissario Mario Monti, ma del sempre più impertinente Eugenio Scalfari che nei giorni scorsi, invocando poteri quasi dittatoriali (e temporanei) per Romano Prodi, sembra scoprire nel 2007 i vantaggi e le delizie del dispotismo illuminato dei secoli scorsi... Non poteva non inserirsi nel dibattito Giuliano Amato, a cui evidentemente la nuova funzione di Ministro dell’Interno nell’attuale governo, va troppo stretta per non sentire il bisogno di dire la sua su argomenti di grande portata, dai Pacs, alla fecondazione assistita, alle riforme costituzionali, alla politica estera, alle liberalizzazioni da fare senza per questo perdere le tradizioni fondanti del socialismo europeo. Chi meglio di lui potrebbe pragmaticamente interpretare un nuovo corso liberal-socialista adatto all’Italia degli anni 2000, magari all’ombra del Partito Democratico a venire? Anch’egli ha la sua agenda ideologica da riscoprire ed aggiornare: il suo non è un “goodbay socialism”, ma anzi una ripartenza dall’ossimoro libertà-eguaglianza mai risolto dalla Rivoluzione Francese, per creare anche in Italia un socialismo non assistenzialista che si sposi con la libertà individuale, senza per questo lasciare ai margini e nell’indigenza interi ceti sociali.

Ma poi dall’agenda bisogna scendere ai fatti ed alle riforme possibili nel contesto dato. E chi le fa? Cosa si può veramente riformare quando si devono fare i conti con le desuete posizioni della sinistra radicale rappresentata nei posti chiave dell’attuale Governo di centro-sinistra? Gli slogans di “equità e innovazione”, di fase 1 e fase 2, di liberalizzazioni necessarie ma non sufficienti, continuano ad alimentare un limbo di non decisioni proprio per il timore che vengano allo scoperto le contraddizioni più plateali del centrosinistra.

Resta nel limbo persino il Partito Democratico, caro ad Amato, che nessuno sa come e quando verrà alla luce. Nel frattempo noi continuiamo a baloccarci nell’ipotesi lib-lab, nel vecchio sogno liberalsocialista: come se fosse possibile procedere alla sua difficilissima realizzazione nei tempi attuali, quando manca proprio o è difficilmente identificabile quell’area riformatrice più che riformista che dovrebbe esserne la base indispensabile.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario