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Non ci siamo proprio

Risposta sbagliata

Il vertice a tre non ha prodotto gli effetti sperati

di Davide Giacalone - 25 novembre 2011

Non ci siamo. Il vertice di ieri può essere letto in due modi: per quel che non è stato comunicato, e lì ciascuno può fantasticare come gli pare, o per ciò che è stato detto, e qui sono dolori, perché abbiamo a che fare con il vuoto d’idee e azioni. I mercati lo hanno visto, ben conoscendo la partita reale, hanno capito che qui signori non hanno capito.

Merkel e Sarkozy hanno detto che sosterranno Monti, il che è stilisticamente orrendo, ma la cosa grave è quel che si nasconde dietro un’affermazione così priva di rispetto per la sovranità italiana: dimostrano di non avere colto quel che sta capitando. Non dobbiamo preoccuparci solo noi, ma i cittadini e le classi dirigenti di Francia e Germania, oltre che dell’intera Unione monetaria. La Francia deve essere sostenuta, altro che sostenere gli altri. La Germania deve essere trattenuta, dal credere che esista un destino teutonico che può passare sopra le rovine nell’Unione europea e della moneta unica. Ieri a Strasburgo, invece, ha preso corpo l’Europa che vive illudendosi che possa funzionare l’“asse”, l’accordo fra due stati che subordina tutti gli altri. A parte le tragedie, anche in tempo di pace l’asse ha funzionato male, mentre l’Europa ha fatto passi in avanti quando ha adottato sistemi federativi e comunitari, nel prendere le decisioni. Merkel e Sarkozy, con i loro rispettivi egoismi nazionali ed elettorali, sono un problema, non la soluzione. I mercati vivono il problema europeo in modo schematico ed efficace: a. se uno Stato aderente all’euro è insolvente ne deriva che le banche che hanno investito in titoli del suo debito si avviano al fallimento; b. se le banche s’avviano al fallimento è evidente che non potranno sostenere i debiti pubblici (il contrario di quanto stabilito a Basilea, ove si consideravano quegli investimenti privi di rischio, quindi equiparabili a denaro contante); se le banche non possono sostenere il debito pubblico e lo Stato è insolvente ne discende che l’euro sta per saltare in aria. Quindi via tutti. Alla prudenza s’associa la soddisfazione di veder strisciare la prosopopea degli europei, il loro pretendere d’essere valuta di riferimento globale.

Sarkozy è un presuntuoso che sta cercando di salvare la poltrona, ben consapevole che l’umiliazione della Francia equivale al suo sfratto, quindi gioca a fare il gradasso, l’amico del potente, scaricando le colpe su altri. Noi. Merkel ancora crede che si possano salvare le banche senza chiudere la voragine di una terrificante illogicità: 1. una moneta unica; 2. che federa debiti sovrani diversi; 3. venduti a tassi d’interesse diversi; 4. e non sostenuta da una vera banca centrale. Aiutare l’Italia, in queste condizioni, non serve a nulla e a nessuno. Serve solo a perdere tempo, mentre sulle cose che contano, ovvero sulla federalizzazione della politica fiscale, si continua a rimandare. Monti l’ha reclamata, ma la Merkel ne ha nuovamente escluso uno degli strumenti: gli eurobond. I mercati sentono puzza di morto e s’affrettano al funerale. Fuori dalle dichiarazioni ufficiali gira la voce che il governo tedesco avrebbe dato il via libera ad una soluzione di questo tipo: va bene autorizzare un quantitative easing, ma sia la Bce a farlo “autonomamente”. La prima cosa è corretta, ma la seconda la depotenzia e rende sterile. Se la Bce continua a comprare titoli dei debiti sovrani, senza che il vertice politico abbia comunicato al globo che la festa della speculazione è finita e che i pertugi dove s’è infilata saranno tappati, otterrà il solo risultato d’infettarsi a sua volta, nel mentre i titoli del debito pubblico tedesco non li compra nessuno, anche perché rendono troppo poco rispetto al rischio che portano in pancia: essere espressi in una valuta immaginaria. Se aumenta la base monetaria senza politiche federali del debito lenisce il dolore, ma non riduce la frattura. A questo s’aggiunga che le nostre sono democrazie, e la furbata di nascondere le decisioni dietro l’autonomia altrui finisce con il produrre guasti considerevoli. Se il vertice di ieri è l’antipasto del Consiglio europeo del prossimo 8 dicembre allora preparatevi al rigurgito dei mercati, che sarà doloroso. Una parola sulle cose nostre: fare i compiti a casa è cosa buona e giusta, ed è vero che avremmo dovuto già fare quelli del debito e della produttività. Ma oggi non è chiaro quale sarebbe la materia da compitare. Se fosse l’aiutino alle banche francesi la diligenza sarebbe esecranda.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario