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Intercettazioni, riassetti, cambi di presidenza

Rischio Telecom o rischio Paese?

È giusto che gli imprenditori facciano gli imprenditori e i politici facciano i politici

di Elio Di Caprio - 29 settembre 2006

Secondo un sondaggio della Ipsos di Nando Pagnoncelli la grande maggioranza della nostra opinione pubblica sarebbe contraria a distruggere i contenuti delle intercettazioni telefoniche abusive perchè teme che i colpevoli di reati possano farla franca .
Che poi le intercettazioni siano state disposte dall"Autorità Giudiziaria o siano riferibili ad attività illecita di un gruppo privato, sembra secondario ai più. L"importante è essere edotti del clima di malaffare che regna in certi ambienti.
E" questo un soprassalto giustizialista che i politici devono contrastare invece di assecondare? Non siamo più ai tempi di Tangentopoli e il sistema bipolare ha dimostrato se non l"efficacia del ricambio, almeno la possibilità del ricambio. L"opinione pubblica ha consentito liberamente l"alternanza, ma è anche consapevole che la coalizione elettorale vincente è tale per soli 20 mila voti in più degli avversari.
Con chi prendersela allora quando vengono alla luce nuovi scandali ? Con il sistema? Con gli uni e con gli altri? Oppure bisogna ammettere che l"opinione pubblica è sempre più manipolata su falsi problemi per i quali è chiamata ad esprimersi ogni cinque anni con il voto elettorale, ma poi si ritrova con il problema di sempre, etico più che politico, di un sottobosco affaristico che si autoperpetua e si adatta alle diverse circostanze?
Ne potrebbe risultare un nuovo qualunquismo se sapesse in quale direzione rivolgersi.
L"indulto è stato approvato con l"accordo di quasi tutte le forze politiche, da Bertinotti a Berlusconi, nonostante la contrarietà di gran parte dell"elettorato di destra e di sinistra, e di nuovo sembra che sia stata raggiunta una sostanziale convergenza tra maggioranza ed opposizione sulla distruzione delle intercettazioni abusive, a prescindere dal contenuto. A prima vista sembra che questa volta sia stata la volontà popolare – almeno a sentire i sondaggi - a non essere stata “intercettata” nella giusta misura....
Non siamo nell"imminenza di elezioni e i partiti non sono più costretti a rincorrere i mal di pancia di un"opinione pubblica sempre più sorpresa e assuefatta ai nuovi o presunti scandali.
La coincidenza (casuale?) dello scandalo delle intercettazioni Telecom con le parallele vicende aziendali della società telefonica può sembrare fatta apposta per dirottare l"attenzione della massa su temi di facile presa : è più facile farsi qualche idea ed appassionarsi a calciopoli, bancopoli, o alla vita privata di Vittorio Emanuele che non entrare nei meandri e nella complessità del caso Telecom.
La personalità di Guido Rossi è stata messa a fuoco più dalle vicende della Federcalcio e dalla sua sciarpa sventolata ai mondiali di calcio che non dal suo richiamo a presiedere ancora una volta la Telecom.
Vuol dire ciò che è ininfluente l"opinione pubblica quando i giochi di palazzo per definizione si svolgono sulla sua testa?
E allora perchè tanta sovrabbondante attenzione dai mass media, da radio, televisione e giornali al destino della Telecom, a quello che hanno detto e fatto i vari Prodi, Rovati, Tronchetti, lo stessa Rossi? Se tra il detto e non detto anche per gli addetti ai lavori è difficile orientarsi, districarsi e capire, come si può pretendere che il pubblico insegua tutti i dettagli della vicenda Telecom e magari capisca le riposte intenzioni dei protagonisti?
Perchè questa gara a chi “non poteva non sapere” quando per anni i comuni cittadini sono stati tenuti all"oscuro delle giustificazioni e delle ragioni ultime di tutti i processi di cambiamento che hanno coinvolto, con le privatizzazioni, gran parte dell"economia mista ( per alcuni da socialismo reale) che ha fatto da supporto al miracolo italiano?
Non ricordiamo alcun dibattito approfondito su Telecom, Eni, Enel, Autostrade, all"inizio dei processi di privatizzazione, quando ce n"era bisogno, ma solo malaccorte messe a punto sulle disfunzioni (inevitabili?) nella loro attuazione.
Per restare al tema di attualità della privatizzazione Telecom nessuno sa per quali considerazioni e pressioni si finì per scegliere nel 1997 l"azionista di riferimento Fiat con lo 0,6 del capitale e fu sconfessato il disegno del giurista Guido Rossi, nominato Presidente di Telecom dal governo Prodi, di creare fin dall"inizio una public company ad azionariato diffuso.
Nessuno sa, o forse tutti sanno, perchè il Governo D"Alema consentì alla “razza padana” di assaltare a debito la Telecom , allontanando ancora di più il progetto della public company, ora ritornato apparentemente in auge. Pochi hanno ricordato che all"epoca Guido Rossi si trovò sul fronte opposto quale consulente di Franco Bernabè, allora capo di Telecom per volere dello stesso Massimo D"Alema, per fronteggiare (invano) la scalata di Colaninno e soci. Poi è venuta la Pirelli di Tronchetti Provera e l"innesto dei Benetton. E ora di nuovo Guido Rossi che vorrebbe riiniziare con il progetto di public company.
E" già difficile far comprendere ai non addetti ai lavori che la “public company” non vuol dire ritorno alla società pubblica e statale, nè si sa se essa sia concretamente attuabile e perchè ora e non dieci anni fa. L"opinione pubblica non ha e non deve avere voce in capitolo nelle vicende aziendali e, se pure volesse, non sa nemmeno le vere ragioni della crisi (?) di Telecom, a quanto ammonta il suo debito, se lo “scorporo” (brutta parola) di Tim da Telecom prelude ad una vendita e a chi...E allora perchè tanti dibattiti?
E" giusto che gli imprenditori facciano gli imprenditori ed i politici facciano i politici. Si può sottilizzare all"infinito se, nel caso di grandi aziende che svolgono in tutto o in parte un servizio pubblico, ci sia un diritto-dovere all"informazione reciproca e se è giusto o normale che l"informazione travalichi fino ad arrivare ad un"interferenza nelle rispettive decisioni.
Forse Prodi, come Presidente del Consiglio, non ha alcun diritto di suggerire a Telecom se separarsi o vendere Tim. Ma se invece il problema vero è quello della proprietà della rete, ritenuta a ragione o a torto strategica per la nostra economia, è ragionevole chiedersi perchè all"atto della privatizzazione (decisa dallo stesso Prodi) o dei successivi passaggi di proprietà di Telecom, non è arrivato nessun segnale di attenzione su questo punto critico. Come se, una volta sul mercato, fosse d"obbligo essere indifferenti su chi e come si impossessasse di Telecom. Ma è proprio così?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario