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All’Italia serve una politica industriale

Ripresina senza crescita

I dati leggermente positivi ci riportano alla stagnazione. Ma urgono misure strutturali

di Enrico Cisnetto - 31 ottobre 2005

Come in una torre di Babele, gli ultimi commenti sull’economia italiana parlano lingue diverse. Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, non manca di sottolineare i segnali di ripresa, ma invita a rimanere con i piedi per terra, ricordando come la nostra economia continui a languire rispetto ai tassi di crescita eccezionali di quella mondiale. Il ministro Tremonti respinge ogni allarmismo sui conti pubblici proprio mentre, di soppiatto, vara un’altra correzione da 6 miliardi alla Finanziaria. Berlusconi bolla come menagrami tutti quelli che si azzardano a parlare di declino, avendo finalmente Montezemolo che non lo attacca. Ma la stessa Confindustria non è distante dal sindacato quando dice che senza un progetto per il Paese non andremo distanti. Insomma, alla fine, questa benedetta ripresa, c’è o non c’è?

I dati Isae usciti in settimana sono leggermente positivi, ma rimangono troppo inconsistenti per pensare a un rilancio stabile e duraturo. Il pil è in crescita, quest’anno, di solo lo 0,2%; aumentano anche i consumi (+1%), così come le vendite al dettaglio, che ad agosto hanno fatto registrare un +2,4% dopo un bimestre di flessioni. A questo va aggiunto il rimbalzino “tecnico” della produzione (+1,3% in agosto: le previsioni erano del +0,8%). Di segno opposto il dato di ottobre sull’inflazione (+2,2%), risalita oltre il tetto del 2% così come nel resto d’Europa. Probabilmente quanto basterà per spingere la Bce ad aumentare il costo del denaro, con effetti negativi soprattutto per i paesi più indebitati, Italia in testa.

Dunque, una certa ripresa c’è, ma si tratta di una situazione del tutto congiunturale, non strutturale. Inoltre – cosa ancor più grave – la crescita è “nature”, cioè a prescindere dall’azione politica del governo (come era già successo durante la fase 1996-2000). Ci sono alcuni imprenditori che riescono a competere perché hanno scommesso in tempo utile sull’innovazione e sull’aggressività commerciale. Altri, come quelli dei settori a basso contenuto di innovazione tecnologica, annaspano. Ma un po’ tutti, dopo la forte diminuzione delle scorte, hanno ripreso a produrre. Solo che durerà poco: se la domanda (interna ed estera) non si sbriga ad assecondare l’offerta, presto dovremo rimisurarci con numeri negativi.

Diciamo, allora, che siamo usciti dalla recessione, ma solo per tornare alla stagnazione degli ultimi anni. Per trasformarla in una ripresa solida e di lungo periodo, servirebbe una politica industriale, in grado di assecondare la crescita – finora a macchia di leopardo – delle aziende più innovative (soprattutto aiutandole a ingrandirsi), e capace di favorire la riconversione di quelle ormai fuori mercato (purtroppo, la maggior parte dei 4,5 milioni di imprese che formano il nostro capitalismo). Operazione difficile, che richiederebbe condizioni politiche da Grosse Koalition, mentre qui ci si divide anche su Celentano.

Unica novità, un’insolita prudenza nelle previsioni sul pil. Ma non si tratta di improvvisa serietà, è che “stare bassi” consente grandi ovazioni (come quelle di questi giorni) non appena arrivano dati leggermente più positivi. Di questo passo, se si tornerà a crescere dell’1%, sentiremo riparlare di miracolo italiano (sic). E partirà la corsa ad attribuirsene i meriti.

Pubblicato sul Messaggero del 30 ottobre 2005

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