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Gli italiani senza fiducia

Ripresa incredibile

Abbiamo tutti i numeri per tornare a correre. Solo che ciò comporta consapevolezza collettiva e coerenza politica. Entrambe vacillanti.

di Davide Giacalone - 14 gennaio 2013

9 italiani su 10 non credono che la crisi sia al suo epilogo e che l’anno appena iniziato vedrà la ripresa. Tale scetticismo, rilevato da Swg per Confesercenti, è del tutto fondato se si tratta di dare affidamento alle parole di strani governanti, che mettono per iscritto una previsione di recessione e di aumento della pressione fiscale, ma in orale sostengono che vedono la luce (oh cielo!) e desiderano abbassare le tasse. Anzi, se è di quello che si sta parlando, vorrei conoscere quel mio connazionale che mostra di crederci. Per avere una parola di conforto, o portargliela. Se, invece, si discute delle possibilità che l’Italia ha di riprendersi, allora trovo quel pessimismo eccessivo, se non proprio infondato. Abbiamo tutti i numeri per tornare a correre, anche usando la durissima crisi come occasione per cambiare e ripartire in migliori condizioni. Solo che ciò comporta consapevolezza collettiva e coerenza politica. Entrambe vacillanti.

Le analisi da noi svolte saranno pure irrilevanti e da piccoli mestieranti, privi di statura accademica e amicizie altolocate, ma a me pare che ci abbiamo preso più di tanti pretenziosi. Tanto per fare un esempio: il governo tecnico, quello che ci avrebbe ridato spessore internazionale e avrebbe eroicamente bloccato la speculazione dei mercati finanziari, è stato abbandonato dai poteri che lo sostenevano e s’appresta a prendere una musata elettorale, dopo essersi alleato con i relitti del mondo che voleva spazzar via; di riforme ce ne sono state poche, o punte se s’esclude quella delle pensioni, sicché siamo largamente inadempienti rispetto agli impegni presi con la Bce, per adempiere ai quali l’attuale governo è nato; il futuro post elettorale è a dir poco nebbioso, dovendosi sapere se saremo governati da una sinistra autosufficiente e disomogenea, o da una coalizione più ampia e più disomogenea ancora; a fonte di tutto ciò la spread cala e ricala. Ciò dimostra quel che scrivevamo noi e il contrario di quel che sdottoreggiavano altri: quel dio va per i fatti propri e dipende dall’euro, non dal vernacolo. Ulteriore dimostrazione: il continuo parallelismo con la Spagna. E’ Monti che governa anche gli iberici, Rajoy che governa anche noi, o nessuno dei due che governa lo spread? Tendo alla terza ipotesi.

Bon, comunque sia, tempesta passata? No, non ci credo. Penso che se solo solo l’Unione monetaria vacilla un attimo, se gli strumenti difensivi approntati mostrano qualche falla, vuoi propria o per mancanza di generale sostegno, la corrida riprende all’istante. A quel punto lo spread schizza e noi ci ritroviamo, al contrario della Spagna, a non avere contrattato lo scudo. Felicissimo di sbagliarmi.

Al netto di questo scenario, rispetto al quale nessuno è riuscito a farci passare da oggetto a soggetto (come ci spetta, sia per dimensione economica che per spirito e lettera dei trattati europei), semmai da alibi a ostaggio, la macchina produttiva italiana è rabbiosamente sopravvissuta e ancora fa mangiare la polvere ai concorrenti. Solo che quella macchina è sovraccaricata da masserizie inutili e cadenti, costituite da un’economia dell’assistenza e del trasferimento che supera la metà del pil, quindi, mancante degli ammortizzatori monetari (inflazione e svalutazione), prima o dopo si accascia. Per questo abbiamo bisogno di riforme che sfoltiscano la spesa pubblica, al tempo stesso riqualificandola. Abbiamo bisogno di lavorare laddove il governo Berlusconi non seppe farlo e quello Monti ha fatto cilecca. Non tagliare le tasse per ridar fiato ai cittadini (con i soldi di chi?), ma tagliare la spesa per alleggerire la pressione burocratica e fiscale, quindi liberando spazi e risorse che produrranno ricchezza. Vendite di patrimonio pubblico (immobili e società), sia per abbattere il debito che per fare investimenti, al tempo stesso smobilitando i monopoli locali e, quindi, liberalizzando. Aria al mercato del lavoro, finalmente capendo che la più solida garanzia per i cittadini tutti, lavoratori in testa, sta nella crescita, non nella pretesa d’essere difesi dal mercato.

Ci sono i numeri e i margini per capovolgere il rapporto: 9 italiani che ci credono e 1 che resta scettico, attendendo di metterci il naso. Ma abbiamo bisogno di rompere il maleficio della conservazione dell’inconservabile, alimentata dalla paura del nuovo. La politica che vediamo esibirsi non ne sarà mai capace, se la forza non verrà da un Paese che ne sia consapevole.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario