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Public Policy

I dati sul declino non consentono illusioni

Ripresa improbabile

Il Paese necessita di riforme che l'attuale sistema non può o non vuole fare

di Aldo Mariconda - 08 settembre 2005

Chi non ha l’orizzonte limitato alle vicende interne italiane ma ha un minimo di interesse più “globale” non può a mio avviso non essere preoccupato per l’attuale stagnazione dell’economia, non dovuta solo a ragioni congiunturali ma che affonda le sue radici nella storia almeno degli ultimi venti anni del nostro paese, coinvolgendo quindi responsabilità dell’intera classe politica dai diversi colori, che ha dimostrato scarsa capacità o possibilità di governare facendo scelte strategiche, non orientate al giorno per giorno, ma anche con una visione di medio-lungo termine.

Registriamo da tempo immemorabile tassi di sviluppo del prodotto interno lordo (Pil) di circa un punto percentuale inferiore alla media degli altri paesi europei. La grande azienda è andata progressivamente in crisi e chi è rimasto in piedi si conta quasi sulle dita di una mano. Le piccole e medie imprese (Pmi) sono spesso nemmeno tali, se consideriamo la definizione europea che classifica Very Small Enterprises quelle con meno di 10 addetti. Il mix dell’economia è ancora polarizzato su settori esposti alla delocalizzazioni e comunque poco condizionati e interessati a ricerca e innovazione, dove l’Italia investe circa l’1% del Pil, mentre in Scandinavia si traccia il limite tra paesi leaders e followers a livello del 2,5%!

Sono passati oltre quattro anni da quando l’attuale governo ha avuto una maggioranza numericamente la più vasta rispetto al passato, ma riforme strutturali ne abbiamo viste poche e assai timide. In campagna elettorale Tremonti attirava con i suoi discorsi critici sulla produzione annuale di leggi misurabile in metri lineari, ma la legislazione continua a seguire il vecchio andazzo, pletorica e spesso non eccellente anche quanto a certezza e trasparenza.

Sarebbe interessante ci spiegasse, visto che è Vice-Presidente del Consiglio, come mai anche chi è animato da intenzioni innovatrici diventa poi prigioniero di un sistema.

La Pubblica Amministrazione non è stata sostanzialmente toccata, in coerenza con l’andazzo di sempre, se non per concedere aumenti allettanti e indiscriminati un anno prima delle elezioni, senza introdurre efficienza, snellimento delle procedure e meritocrazia. Fa eccezione l’Ict (Information and Communications Technologies), causa il ministro Stanca, che viene dall’IBM.

La giustizia è fattore di allontanamento degli investimenti stranieri, oltre che un dramma per tutti, cittadini e imprese. Abbiamo più giudici e avvocati rispetto al resto d’Europa e in proporzione agli abitanti. Si sono viste solo riforme che interessano singole persone, non una riconsiderazione di metodi e procedure salvo un progetto tardivo sulla procedura civile. Sulla carriera dei giudici, il cui stipendio comunque corre per anzianità, solo timidi tentativi d’introdurre una vera meritocrazia.

Quanto a quest’ultima, possiamo guardare anche all’Università e alla Scuola. La scuola secondaria in particolare è la peggiore d’Europa. La decadenza è iniziata, lo ricordo personalmente per esperienza diretta al liceo classico di Treviso, già dagli anni ’50, quando dalla logica della riforma Gentile che considerava ancora una scuola elitaria si cominciava a registrare l’afflusso di massa. La risposta è stata il precariato degli insegnanti, ossia le infornate di docenti il più delle volte non selezionati, poi confermati sotto la spinta dei sindacati. La capacità d’insegnare e di comunicare non conta. Carriera e stipendio camminano con l’anzianità. La Moratti non si è preoccupata di questo, anche se è stata brava nell’assicurare gli insegnanti alle classi dal 1° giorno di scuola. Cambiare i cicli è lecito, ma il problema di fondo resta la qualità dell’insegnante e l’ambiente che deve essere rivolto ad esaltare l’eccellenza, non l’appiattimento e la mediocrità.

L’università è simile. Si abolisce il ruolo dei ricercatori ma non si abolisce il valore legale dei titoli e non s’introducono criteri di merito nella selezione e nella carriera dei docenti. Anche qui, siamo lontani da un sistema che punta sull’eccellenza, attraverso il confronto del mercato, mettendo in concorrenza gli istituti sul piano della qualità.

Si è mai vista una politica energetica? Non era imprevedibile il costo impossibile del petrolio. Eppure, non vediamo nulla all’orizzonte: nessuna scelta sul nucleare, sui pannelli solari e l’eolico, sul carbone. Quieta non movere!

Non si può sempre dire che i quattrini sono pochi, perché molte di queste riforme sono a costo zero. E’ la capacità e la volontà che sembrano mancare. Di fronte a quest’assenza di governo, abbiamo una rappresentanza politica la più pletorica e la più costosa nel mondo occidentale, sia a Roma che a livello regionale e locale. Malgrado questo, si parla solo oggi della riforma di Bankitalia quando tutti i paesi che hanno introdotto l’Euro hanno subito dopo ristrutturato il loro istituto di emissione. E’ apparso in questi giorni che in Gran Bretagna, dove ovviamente vi è la sterlina, il costo dell’istituto di emissione è 1/10 del nostro, dove corrono stipendi ai massimi livelli mondiali se il Governatore è scavalcato solo da quello di Hong Kong prendendo il doppio del collega della Banca d’Inghilterra e 4,5 volte rispetto ad Alan Greenspan della Federal Reserve! Almeno, possiamo godere del fatto che Bankitalia difende strenuamente l’”italianità” delle banche, facendoci sopportare i costi più alti in Europa.

Il futuro è incerto. I termometri dell’economia non sono confortanti.

Il recente outlook negativo per l’Italia di Standard & Poor’s conferma la nostra stagnazione e fa intravedere il rischio di una riduzione del rating per l’Italia nel giro di 18 mesi in assenza di una strategia di riduzione del debito, prevedibilmente aggravata dalla lunga campagna elettorale in vista delle politiche del 2006.

Malgrado questo, nel Dpef 2006-2009 redatto dal Governo non si trova alcun cenno di scelte strategiche di medio-lungo periodo, ma ci si affida alla stella della sperata ripresa congiunturale, quando si afferma: si “stima che l’attuale fase di ristagno non durerà a lungo e quindi per il 2006 e il 2007, in linea con la Commissione Europea e in modo prudenziale, (si) prevede una crescita intorno all’1,5%, lievemente superiore alla crescita potenziale”. La ventata d’entusiasmo per i dati dell’Ocse di questi giorni, che prevedono un grande +0,2% del Pil per il 2005, non fanno altro che confermare il problema cronico di un’economia, se la media europea per l’anno in corso sarà di +1,5%.

Si dirà: come si può delineare una politica lungimirante poco prima delle elezioni? Intanto vi potrebbero essere scelte strategiche trasversali e comuni agli schieramenti, in situazioni d’emergenza come ora. Ma almeno, la Germania che ha avuto recentemente una crisi del governo ha fissato subito le elezioni, al 18 settembre, chiedendo al cittadino una scelta precisa tra un progresso lento conciliato col welfare e una frustata all’economia basata essenzialmente su di una tassazione flat e bassa. Da noi il tempo sembra non esistere. Eppure, si usa dire, la caduta del Muro di Berlino e la conseguente globalizzazione ha cambiato il capitalismo in turbo-capitalismo.

Se si guardasse un po’ di più fuori dei nostri confini, si potrebbe trovare qualche esempio utile. Non voglio citare quello britannico della Thatcher che ha sanato con grinta l’economia britannica, decisamente critica se, per fare un solo esempio, l’M.T.B.F. (Medium Time Before Failure) di un’auto Jaguar, un po’ simbolo inglese, era di tre ore soltanto! La ricetta è stata mercato, concorrenza, meritocrazia.

E’ meno nota, ma credo più significativa per un Paese come il nostro, più preoccupato del sociale, è l’esperienza della Svezia, un paese stagnante alla fine degli anni ’80 e prigioniero del suo socialismo“dalla culla alla tomba”. Caduto il Muro di Berlino, già nel 1990 il governo, pur nell’alternanza tra sinistra e destra, si è dato una strategia di riforme. Ha puntato sull’Ict, anticipando al 1994 la deregulation delle telecomunicazioni, creando infrastrutture pubbliche alternative alla locale Telecom (Telia), cablando in fibra ottica Stoccolma già nel 1995, poi tutta la Svezia fino al Circolo Polare. Subito la Svezia è diventata un polo d’attrazione per il mondo delle telecomunicazioni e dell’informatica.

I servizi pubblici sono stati privatizzati, mantenendo pubbliche le infrastrutture, i binari e le stazioni di treni e autobus. Si noleggiano gli autobus alle ditte che si aggiudicano gli appalti dei servizi di Tpl con gara pubblica.

Si è fatta subito la riforma delle pensioni.

Oggi se ne vedono i risultati in termini di Pil.

Non è vero quindi che la nostra stagnazione sia mal comune, come cerca di far credere il governo.

Abbiamo problemi di riforma elettorale? Certo un proporzionale con una soglia di almeno il 5% eliminerebbe un po’ l’abuso del diritto di veto. Vi sono anche esigenze costituzionali: evitare appesantimenti da falsi federalismi e avere un governo che possa decidere e governare. Ricordo Bruno Visentini, che era stato alla Costituente, quando soleva dire molti anni fa come la preoccupazione della nuova classe dirigente antifascista fosse stata più di evitare il rinascere di una dittatura che di consentire un facile decision making. Vediamo che altrove la capacità, la capacità e la flessibilità di decidere sono maggiori.

A mio parere è necessaria innanzitutto una maggiore presa di coscienza da parte di tutti: politici, imprenditori, cittadini. Le lobby e gli interessi costituiti ci sono dappertutto. Bisogna volare più alti, se vogliamo uscire dallo stallo e precostituirci un avvenire migliore.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario