ultimora
Public Policy

I dati dell'Istat non mentono

Ripresa, fischio finale

Fatturato e industria in calo a settembre. Serve una scossa dalla politica

di Enrico Cisnetto - 22 novembre 2006

La ripresa economica è già finita. Mentre ci si continua a beare di un confronto di dati con l’anno scorso, quello della “crescita zero”, inevitabilmente positivo grazie all’inversione di tendenza della congiuntura avvenuta tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, e sopratutto mentre si annunciano mirabolanti svolte strutturali nel 2007 – della serie “la Finanziaria ci farà sorridere il prossimo anno” e “ora parte la fase due , quella delle riforme” – ecco che la realtà s’incarica di gettare un secchio d’acqua fredda su aspettative eccessivamente surriscaldate. Sono di ieri i dati Istat sul fatturato e sugli ordinativi dell’industria relativi al mese di settembre, da cui si evince che se rispetto ad un anno prima i numeri sono in crescita (+4,4% e +8,8%), il confronto con agosto 2006 invece è impietoso (-5,9% e -5,2%). Il che dimostra che la tendenza nella seconda metà di quest’anno è negativa, persino quando il confronto è tra un mese di ferie e uno di ripresa delle attività economiche, e fa presagire che la produzione industriale tiri pesantemente il freno in questo e nel prossimo mese. Non meno allarmanti i dati relativi al commercio estero, il cui deficit con i 2,7 miliardi di settembre porta il “rosso” accumulato dall’inizio dell’anno a 18,6 miliardi, in crescita addirittura del 205% rispetto ai primi 9 mesi del 2005.

Il bello (o il brutto) è che non si tratta di fulmini a ciel sereno, perchè i segnali c’erano stati, ed anche abbastanza forti per chi li avesse voluti vedere, già una settimana fa quando l’Istat aveva fornito la stima che tra luglio e settembre il pil italiano è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, esattamente la metà dello 0,6% registrato tra aprile e giugno, che a sua volta aveva registrato una crescita inferiore del 25% rispetto al primo trimestre (+0,8%).

Insomma la curva è discendente, e la pendenza si va facendo sempre più ripida. A testimonianza che era realista, e non menagramo, chi ha sempre predicato prudenza nel giudicare i “modesti” risultati positivi dei mesi scorsi, evidentemente frutto soltanto di un “rimbalzino tecnico” che l’economia italiana stava vivendo dopo anni di crescita piatta. E che erano nel torto tutti coloro che si erano messi a gridare ai quattro venti che la crisi era finita e che andava tutto bene: sia che lo facessero perchè vicini al governo Prodi, cui volevano attribuire meriti impossibili, sia che cercassero di dare meriti postumi al governo Berlusconi, oggi dovrebbero ricredersi.

Ma soprattutto dovrebbero cominciare a fare i conti con un futuro che non è roseo come si voleva sperare, tanto che le più recenti indicazioni al rialzo per la crescita del pil nel 2006 – che probabilmente chiuderà a più 1,7%-1,8% – contengono già ora la previsione che il 2007 sarà più rallentato (si ipotizza un +1,4%), come del resto in tutta l’Europa. Nessuno ha fatto caso ad un documento uscito un mese fa dagli uffici del commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, che indicava per tutta l’Unione Europea addirittura una crescita piatta nei primi tre mesi del 2007. Certo, il rallentamento è generalizzato, visto che, secondo l’Ocse, nel terzo trimestre tra i sette paesi più industrializzati le variazioni sul reddito nazionale sono comprese tra lo 0% della Francia e il +0,7% della Gran Bretagna. E quello della Germania è sceso dall’1,1% del trimestre passato all"attuale 0,6%, gli Stati Uniti si sono fermati allo 0,4%, mentre il Giappone si è attestato sullo 0,5%. Ma è inutile ricordare che l’Italia spicca da anni per il fatto che cresce meno degli altri nei periodi positivi e soffre di più in quelli negativi: questo perché la nostra economia è zavorrata da tutta una serie di difetti strutturali – nanismo imprenditoriale, inefficienza del settore pubblico, errata allocazione delle risorse in settori strategici come l’istruzione e la ricerca – che soltanto una grande alleanza tra classe politica e ceto produttivo può eliminare. Senza perdere altro tempo: le congiunture passano, il declino, se non si fa qualcosa subito, resta. I segnali di nuove difficoltà sono inequivocabili. Faremmo bene a prenderne atto, prima che sia troppo tardi.

Pubblicato su Il Messaggero del 22 novembre

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario