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Mercato del lavoro

Ripensare il nuovo

Sul lavoro troppi parlano a vanvera. Va ripensato il modello di sviluppo

di Enrico Cisnetto - 27 maggio 2013

In Italia ci innamoriamo degli slogan e li facciamo diventare dei mantra. Ora c’è il ritorno del manifatturiero, dopo anni in cui l’industria è stata sepolta sotto un cumulo di prevenzioni ideologiche prima ancora che poi lo fosse dalle macerie della recessione. E impazza – visti i livelli raggiunti dalla disoccupazione, specie quella giovanile – la moda delle politiche per l’occupazione, come se ci fossero altre ricette rispetto a quella di far crescere l’economia e con essa i nuovi posti di lavoro. Per chi, come il sottoscritto, da tempo immemorabile richiama alla realtà, tutto questo un po’ brucia, lo confesso. Tuttavia, accantoniamo le polemiche e prendiamo quel che c’è di buono in questa tendenza.

Partiamo dall’industria. Proprio nel giorno in cui il Wall Street Journal ci racconta l’operazione da 20 miliardi di dollari con cui Marchionne porterà definitivamente la Fiat negli Usa, e dopo le parole di Squinzi secondo cui Confindustria (pur avendo molti associati nei servizi) crede che la ripresa passi essenzialmente dal rilancio dell’industria – che ora produce il 17% del pil, cifra che raddoppia se si considera l’indotto – occorre sforzarsi di definire in quali comparti della manifattura possiamo giocarci la ripresa e in quali il futuro (non sono necessariamente gli stessi, anzi). Per farlo, l’unico metodo è censire l’esistente, separando ciò che ci serve da ciò che appartiene al passato, e stabilire ciò che ci manca e che ci servirebbe, nel quadro di un modello di sviluppo che non può non tenere conto del nostro dna ma anche, e non meno, di ciò che accade nel mondo. Faccio solo un esempio, pescandolo dagli Stati Uniti: è l’Obama della green economy che una volta scoperto il filone d’oro dello shale gas ci salta sopra nonostante gli indubbi effetti collaterali negativi di tipo ambientale che l’estrazione dalle argille produce, e oggi imposta la politica energetica per i prossimi 30 anni su questo nuovo tipo di combustibile condizionando il mondo intero.

E questo vale anche per le nuove tipologie di lavori. Inutile insistere a fabbricare disoccupati, spingendo tanto i giovani quanto i disoccupati in età matura verso mestieri in via d’estinzione. A cominciare dalla preparazione scolastica e universitaria, dobbiamo avere consapevolezza di ciò che il mercato richiede. E a parte che fra sarti, panettieri, falegnami, baristi, camerieri, macellai ci sono 150mila posti di lavoro che non trovano personale, mentre c’è un esercito di impiegati generici, ma anche di medici o avvocati che si girano i pollici, ma basta informarsi un po’ per scoprire che dal moderatore di chat al “pick data manager” (lo smanettone che analizza le tendenze della Rete), dal “e-reputation manager” che valuta la reputazione online al “eco-chef” (cuochi che utilizzano solo prodotti biologici, dal “eco-cool hunter” (cacciatori di tendenze green al servizio del marketing) ai sommelier, dagli esperti di formaggi agli “eco-parrucchieri” attenti a ridurre i consumi di acqua ed energia, fino agli “stilisti sostenibili”, che utilizzano solo tessuti biologici, c’è un mondo che pochi conoscono e che pure produce occupazione ben più dell’edilizia in crisi.

Insomma, dobbiamo resettare il nostro modo di vedere lo sviluppo e il mercato del lavoro, se vogliamo smetterla con le frasi fatte e i luoghi comuni, e fare invece una politica di vero cambiamento.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario