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Oltre la recessione

Ripartire si può

L’Ocse prevede a fine anno un Pil in calo del 1,8%, dato allarmante ma l'Italia ha tutto per poter tornare a crescere

di Davide Giacalone - 04 settembre 2013

Siamo l’unico Paese avanzato ancora in recessione. I dati pubblicati ieri dall’Ocse prevedono una chiusura dell’anno a -1,8%. Gli ottimisti si consoleranno considerando che nel terzo trimestre perdevamo lo 0,4 e nel quarto perdiamo lo 0,3. La discesa rallenta. Si tratta pur sempre di discesa, però, e la Francia ha fatto, negli stessi trimestri, +1,4 e +1,6. Né ci sarà da festeggiare granché quando, dopo troppo tempo, rivedremo il segno positivo, perché nella nostra situazione non bastano gli zero virgola, ci vuole molto di più. Ed è possibile.

Per valutare questi dati si deve tenere presente che dal 1995 a oggi, con la sola eccezione del 2009, noi siamo l’unico Paese dell’Unione monetaria europea costantemente in avanzo primario. Dal 2008 al 2013 il nostro debito pubblico è cresciuto più di quello svedese, ma meno di quello degli altri. Siamo gli unici ad avere pagato gli interessi sul debito pubblico senza averli coperti tutti con nuovo debito, ma usando (per circa la metà) gli avanzi primari. Ciò per dire che sul minore sviluppo pesa anche la minore spesa pubblica. Ma sull’altro piatto della bilancia c’è che abbiamo fatto crescere in modo satanico la pressione fiscale e nonostante questo il debito pubblico continua a lievitare (sia in percentuale sul pil che in cifra assoluta). La terapia fin qui praticata non funziona, perché siamo sì i più rigorosi nell’amministrazione del bilancio presente, ma a spese dei cittadini, della crescita, aumentando la recessione e senza intaccare il debito. Questa è la vera sfida che attende l’Italia. Non le tante chiacchiere politiciste che s’inzeppano nelle pagine dei giornali.

Se le cose non vanno peggio lo dobbiamo alle esportazioni, che prese in modo isolato ci restituiscono l’immagine di un’Italia in crescita e capace di competere nel mercati globali. Abbiamo imprese che funzionano e una manifattura ancora esistente, al contrario degli Stati Uniti. Da qui dovremmo ripartire. Come? Finalmente varando le riforme che fluidifichino il mercato (dal lato del lavoro, dell’impresa e del credito), pagando tutti i debiti che la pubblica amministrazione ha con i fornitori (usando la garanzia bancaria della Cassa depositi e prestiti) e abbattendo il debito (mediante dismissioni di patrimonio pubblico). Queste sono le premesse per far scendere la pressione fiscale, avendo in mente non gli umori degli elettori, ma i bisogni del sistema produttivo, fatto d’imprese e lavoratori. Colpire le rendite e i parassitismi alimentati dalla spesa pubblica improduttiva, che è rimasta intatta e spropositatamente ricca. Premiare chi rischia, compresi i lavoratori privi di sicurezza, abbassando la pressione contributiva. Smantellare la burocrazia che insegue l’allucinazione dei controlli e pratica quella dei blocchi.

In ciascuna di queste azioni c’è un universo di scelte politiche, sulle quali sarebbe sano valutare divisioni e idee diverse. Lì c’è la ripartenza che può portarci a una crescita che non sia solo una bandierina propagandistica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario